Quel sorriso e quel papillon che non dimenticheremo mai. Ciao Philippe

La sua educazione un po’ottocentesca si rispecchiava nel suo modo di vestire, giacca a scacchi, papillon, e d’inveno una mantella di loden che lo faceva tanto assomigliare e Sherlock Holmes. Stiamo parlando di Philippe Daverio, storico e critico d’arte amatissimo nel nostro paese e non solo, che purtroppo ci ha lasciati questa notte all’istituto dei Tumori di Milano, dove era ricoverato per un brutto male.

Philippe Daverio a Villa Adriana
(foto di Napoleon Daverio)

Daverio era un personaggio molto particolare grazie anche alle sue origini alsaziane (è nato a Mulhouse il 17 ottobre 1949), che lo rendevano un bizzarro “straniero – italiano”. Il suo sapere non conosceva limiti, sembrava un’enciclopedia vivente, ma attenzione non nel senso negativo della cosa. La comunicazione verso il suo pubblico non era fatta di nozioni aride e noiose, anzi! Dalla sua bocca e dal suo fare ironico e accattivante usciva l’incanto dell’arte fatto di curiosità e aneddoti storici quasi sempre sconosciuti ai libri di testo, e che lui scovava come un vero appassionato ricercatore del bello e della meraviglia. Sapeva parlare bene una miriade di lingue e anche questo lo rendeva affascinante alla Tv come nei famosisimi «Art.tù» e «Passepartout», programmi d’arte e cultura di Rai3 che dal 2000 hanno avuto grande successo e notevole riconoscimento di critica e di pubblico.

Daverio era per altro sempre stato vicino al mondo scaligero, addirittura nel 2008 fu protagonista sul palcoscenico de Die lustige Witwe (La vedova allegra) di Franz Lehár, voluto da Pier Luigi Pizzi per interpretare il ruolo recitante del segretario e deus ex-machina Njegus. Recentemente era entrato anche a far parte del Consiglio d’Amministrazione  per contribuire con la sua esperienza alla gestione del Teatro dopo averne già seguito la riorganizzazione negli anni da Assessore alla Cultura del Comune di Milano.

Dilungarsi quindi sulla carriera di Daverio è assolutamente superfluo, per questo preferisco parlare di lui in maniera personale pubblicando una pagina del mio primo libro Incontri, davanti e dietro le quinte (ed. Montag) in cui, con grande affetto e simpatia, ricordo il mio primo incontro con lui avvenuto nell’aprile 2009 al Salone del Mobile di Milano.

Capitolo VIII – Philippe Daverio
Philippe Daverio a Levanto

Che io ricordi non c’è stata domenica che prima di sedermi a tavola non mi sia concessa di gustare su RAI 3 Passepartout. La pancia può aspettare, intanto è domenica, ma il cervello no. Passepartout è una trasmissione che ci ha incantato per anni e lo fa ancora con le sue repliche che sono sempre interessanti anche se datate. La star è lui, Philippe Daverio, una specie di Oscar Wilde del 2000, con quel modo di fare unico, come il suo modo di vestire che giudicheremmo per lo meno stravagante se non si trattasse di lui. La sua cultura fa luce, non credo che ci sia qualcosa o qualcuno che non conosca e di cui non conosca vita morte e miracoli. Gli artisti sono il suo pane quotidiano, come scultura, pittura, letteratura, storia e tecnologia sono la soluzione nutritiva che lo alimenta, insomma Daverio è un’enciclopedia vivente. Il suo fascino è enorme come la sua stazza e, diciamolo, io lo trovo adorabile più di tanti ”belloni”. Ho sempre sognato di conoscerlo per chiedergli come fa a sapere così tutto di tutto, quando ad una persona normale non basterebbero dieci vite, e manco a farla apposta ci sono riuscita per puro caso. Un appuntamento che da circa 10 anni non manco è quello col Salone del Mobile a Milano che ha scadenza biennale quasi sempre i primi di aprile. Tutte le volte che approdo a Rho resto affascinata dall’infrastruttura fieristica dominata dalla copertura dell’asse centrale, la cosiddetta “vela”, che ha impalmato vincitore Massimiliano Fuksas nel progetto del 1995 . Un capolavoro assoluto, il luogo giusto per incontri di un certo tipo dove se si è impreparati sulla materia si fa una brutta figura e dove sembra che la crisi economica di questi anni abbia scelto di scansarsi per non turbare quello che ancora resta il fiore all’occhiello di questo nostro povero paese, il design made in Italy. Era l’aprile del 2009,la 48esima edizione della manifestazione, giravo con un mio collega alla ricerca disperata di una postazione computer dove mandare alla mia redazione un articolo richiestomi dal direttore in quattro e quattr’otto, quando vengo distratta dall’avanzare di un gruppetto di persone che monopolizza l’interesse di chi è intorno. La curiosità fa parte del mio mestiere, ma era così anche prima che fossi un giornalista, cerco di allungare il collo per capire chi c’è lì e non tardo a vederlo perché si fa notare. Eccolo il Daverio, grande grosso e charmant come sempre che discute di non so che facendosi adorare dal seguito. Mi faccio strada nel gruppo quasi catapultandomi davanti al suo faccione e gli dico stringendogli la mano, anzi la manona: ”Professore, sono una giornalista de IL GIORNALE, lei non sa quanto sono felice di conoscerla!”, lui mi guarda divertito e mi dice:

Philippe Daverio a Levanto

”mi deve intervistare?”  “assolutamente no – rispondo io – per lo meno non è in programma in questo momento, volevo solo dirle che lei è un mito, la guardo in tv tutte le domeniche e mi rendo conto di quanto sono ignorante” si è messo a ridere e mi ha detto: ”Ha tempo adesso per venire con me?”. Non ne avevo assolutamente, dovevo consegnare quel famoso articolo in redazione ed ero in missione coi miei colleghi, ma gli rispondo: ”Certamente, la seguo dove vuole”. Il gruppetto per fortuna si sciolse e con noi rimase solo il presidente della Federlegno, uomo garbato e simpatico che faceva da padrone di casa introducendo Daverio nei vari stand. Philippe guardava e spiegava agli studenti del Politecnico con cui aveva appuntamento qua o là come da agenda, con alle costole la sua fedele segretaria che lo seguiva come un ancilla romana. Io gli camminavo a fianco e penso che in tanti sia siano chiesti chi fossi, ma nessuno osava chiedere. Mi sorridevano, mi davano la mano si presentavano ossequiosamente e tutto andava avanti così finchè ad un certo punto Daverio mi disse: “ Ha voglia di castagne?” Cosa voleva dire? perché avrei dovuto avere voglia di castagne?, era aprile e se mai avrei bevuto volentieri un’aranciata. Lo guardai interrogativamente, mentre mi prendeva a braccetto e a passo sostenuto mi portò in un baracchino dove facevano le caldarroste. “Ne vuole un cartoccio?…” mi chiese con aria complice come uno che sta per fare una marachella. Io non avevo assolutamente voglia né di castagne né di altro, anche perché di solito quando si è emozionati passa la fame, ma come dirgli di no. Dissi grazie e mi ritrovai fra le mani un pezzo di giornale arrotolato con mezzo chilo di castagne dentro. Così sbucciando e sgranocchiando caldarroste ci siamo fatti tutto il corridoio centrale della mostra tra gli sguardi curiosi della gente che riconoscendo il professore della televisione trovava interessante fotografarlo con le castagne in bocca.  Io colsi l’occasione per raccontargli la mia vita, come faccio con molti malcapitati, chi ero che facevo e che avevo fatto, fino a quando mi sono resa conto che si era fatto tardi e rischiavo che la comitiva dei colleghi ripartisse lasciandomi a piedi fino a Genova, allora lo salutai veloce come Cenerentola col principe azzurro quando sentì i rintocchi della mezzanotte. Non persi la scarpetta, ma anzi riuscii a lasciargli il mio biglietto da visita. In macchina al ritorno raccontai di quell’incontro ai colleghi che mi prendevano in giro per l’entusiasmo infantile che dimostravo per due caldarroste mangiate con Daverio, ma per me era accaduto un fatto importantissimo che non avrei mai dimenticato. Raccontai di quest’incontro ad amici e conoscenti per un anno. Con Philippe non ci siamo né più visti né risentiti fino al luglio 2013 in cui l’ho invitato ad una mostra alla Biennale di Venezia di cui ero ufficio stampa dell’artista. Non è venuto, ho capito il motivo che ho condiviso a pieno. Spero di rincontrarlo in altra occasione. Continuo a guardarlo in tv e quando lo vedo mi viene in bocca il gusto di castagne arrosto che da quel pomeriggio non ho più mangiato”.

Francesca Camponero

[La foto in alto è di Napoleon Daverio]

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