Pietro Ferlito, una vita per la danza

Ho conosciuto Pietro Ferlito a Catania, sua città natale, quando oramai molti anni fa, avevo preso parte come giuria ad un concorso di danza che si svolgeva al Teatro Metropolitan. Quello che mi aveva colpito di lui e della splendida moglie Maki Nishida era stata la compostezza ed eleganza non solo delle loro persone, ma negli allievi che presentavano al concorso. La loro scuola Dietro le quinte, che ha sede appunto a Catania in Via delle Gemme 19, forma ragazzi e ragazze che hanno tutti trovato un posto nelle più grandi compagnie europee ed internazionali, il che la dice lunga sul lavoro fatto dai docenti all’interno.
Quando ho saputo che Pietro aveva scritto un libro autobiografico mi è venuta grande curiosità di leggerlo perché le vite di che ha vissuto il mondo dell’arte e della danza in particolare sono tutte affascinanti e impegnative, perché raggiungere i propri obiettivi in campo artistico non è assolutamente cosa semplice. Dentro titolo del libro, “Il peso della leggerezza. Corpo, anima e fatica dietro le quinte”, infatti c’è proprio questo: essere leggeri come lo è la danza costa tanta fatica sia fisica che spirituale.
Pietro Ferlito ora docente, ma prima ballerino con una carriera internazionale (tra cui il Balletto del XX Secolo di Maurice Béjart) ha sperimentato in prima persona quanto sia duro il percorso di un danzatore professionista, se poi pensiamo che lui era un ragazzo cresciuto a San Giorgio, un quartiere difficile alla periferia di Catania, possiamo comprendere ancora meglio quale sia stato il suo iter.
E le pagine più belle del suo libro sono proprio quelle in cui racconta la sua infanzia e giovinezza. Ma l’autore va ancora oltre, tirando fuori dalla scatola dei ricordi anche le storie d’amore dei suoi genitori e zii. Amori nati semplicemente, quelli fatti di soli sguardi, di incontri fuggitivi, ma che sono durati tutta una vita infondendo alle generazioni a seguire i veri valori di coppia e della famiglia. Su queste basi è cresciuto Pietro e su queste basi è cresciuta il desiderio di portare avanti il suo amore per la danza. Non si è arreso mai il giovane Ferlito, poco considerato dalla Professoressa Mascali , ma che grazie anche a lei, riuscì ad affrontare i suoi problemi con maggiore determinazione.

La passione venne un po’ per caso, alla fine del terzo anno di liceo, quando dopo un’uscita in discoteca una ragazza gli disse che poteva iscriversi ad una scuola di danza locale. Era quasi fine anno e la maestra lo invitò a ripresentarsi ad ottobre. La sua era “una scelta controcorrente, quasi rivoluzionaria”, come dice nel libro, ma fu quella decisiva. Ovviamente tutto non poteva fermarsi alla Sicilia, c’è stato poi il trasferimento a Cannes alla famosa scuola di Rossella Hightower che dava vitto ed alloggio e lezioni in cambio di trenta ore settimanali di lavoro, in ufficio se parlavi francese, altrimenti in cucina.
Ecco che cominciano i sacrifici, la disciplina, ma anche la bellezza che offre del mondo della danza.
“Danzare è un trucco magico: facciamo credere di volare, anche quando il corpo è provato da dolori fisici. La mia storia non inizia sotto i riflettori, ma tra i pomeriggi assolati di San Giorgio, alla periferia di Catania, tra strade impolverate d’estate e infangate d’inverno. In un quartiere dove spesso il futuro sembra già deciso da altri, io ho scelto di seguire il ritmo del mio cuore. […] Ho imparato che per essere davvero liberi serve tanta disciplina”, dice la quarta di copertina del libro e noi non possiamo che essere d’accordo .
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Francesca Camponero
[Nella foto in alto: Pietro Ferlito insieme a Rudolf Nureyev]

