Bluebeard di Pina Bausch ipnotizza e disorienta il pubblico inglese

Barbablu di Pina Bausch, ispirato alla madre del Tanztheater Wuppertal dall’opera lirica “Duke Bluebeard’s Castle” di Bela Bartók, fu eseguito per la prima volta a Wuppertal nel 1977, ma ha avuto la sua premiere britannica al Sadler’s Wells di Londra soltanto in questi giorni (da mercoledì 12 a sabato 15 febbraio 2020). Sorge spontaneo chiedersi il perchè.

Per conoscere le ragioni di questa tardiva rappresentazione dobbiamo andare molto indietro nel tempo, scoprendo quanto successe nel lontano 1977. Quarantatrè anni fa l’orchestra di Wuppertal esitò nell’accompagnare dal vivo il lavoro coreografico della Bausch, la quale imperterrita, ne approfittò per avvalersi di una registrazione usandola in un modo tutto suo. Questo le consentiva, direttamente in palcoscenico, di dare delle pause e riavvolgere la bobina come meglio credeva estendendo il capolavoro di Bartòk in un atto da 55 minuti a 110.

A giocare con il nastro e quindi anche con la musica del compositore ungherese è il protagonista, Barbablù (qui Christopher Tandy) al centro di una stanza bianca e fredda con a terra un tappeto di foglie secche. Già dalle prime note, Barbablù si avventa sul grosso magnetofono per dare stop alla musica, riproducendo frasi come pensieri ossessivi e questo va avanti per tutto lo spettacolo.

Come possiamo immaginare, quando il lavoro della Bausch è stato presentato per la prima volta, ha causato molta irritazione nel pubblico, in primis per la brutalità dei movimenti espressa dai danzatori, ma anche per la brutalità che molti considerarono essere stata effettuata sulla musica di Bartok. E così l’esecuzione del balletto fu sospessa per i contrasti sorti sui diritti musicali. Solo ora, 70 anni dopo la morte del compositore, il capolavoro della Bausch ha potuto essere riesumato.

Pina ci ha lasciati nel 2009, e i nuovi coreografi della compagnia hanno ottenuto commissioni per nuove produzioni che hanno portato a termine non sempre con con successo, ma naturalmente hanno riconosciuto la necessità di mantenere vivo il repertorio dei balletti creati dalla fondatrice della compagnia, per questo, sistemata la situazione musicale, finalmente si è potuto rimetter mano a Bluebeard.

Per ovvi motivi, nessuno dei 26 attori – ballerini sul palco alla Wells è nato o è stato pensato quando è stato realizzato l’originale del balletto, e soltanto i ricordi e vari video esistenti hanno permesso a Jan Minarik (il protagonista originale) e Beatrice Libonati (una delle prime Judiths) di ricostruire questa pietra miliare del Tanztheater. I due artisti, seguaci e compagni di lavoro della Bausch, hanno fatto del loro meglio nel raccontare quella storia profondamente inquietante che era nella testa di Pina, nel tirare fuori i segreti di quel castello in cui vivono, sia pur morte, le ex mogli di Barbablu. Nella versione di Bartók condivisa dal balletto della Bausch c’è il barlume di una speranza, quella che la giovane ultima moglie del tiranno, Judith, nutre nel credere di poter portare alla luce il consorte. Ma ciò non accadrà ed anche lei sarà trascinata poi nell’oscurità.

La storia che Pina racconta ci parla di abusi di potere all’interno della coppia, ma il suo intento va ben oltre. Pina ci parla anche del desiderio di cambiare, salvare mettendo in luce quanto questo sia difficile da attuarsi. Il lavoro della Bausch presenta con molta franchezza e crudezza i vari cicli di sofferenza a cui molte coppie si sottopongono, e lo fa ripetendo la gestualità dei denzatori fino all’esasperazione. Quell’ “ancora e ancora” travolge lo spettatore, lo disorienta e lo porta allo sfinimento in un vortice ossesivo. Intorno a Barbablu e Judith (qui Silvia Farias Heredia) il corpo di ballo amplifica i rituali e le sofferenze, correndo istericamente da una parte all’altra della stanza bianca, asettica (molto simile ad una stanza di ospedale psichiatrico). I movimenti sono ripetitivi, ossessionanti per questo richiamano le sofferenze di menti malate. Centodieci minuti che mostrano qualcosa di inquitetante come lo sono tutti gli amori malati fatti di possessività ossessiva che scaturisce per forza nella violenza.

La fine dello spettacolo

Il balletto della Bausch cresce nel suo orrore fino alla sconfitta di chi vuole un cambiamento a tutto questo, ma non riesce nel suo intento. Judith è la vittima sacrificale di un sogno, irraggiungibile, quello di tramutare il male in bene. Anche le foglie secche sono lì a rappresentare la morte, impotenti come Judith davanti a suo marito. Il tappeto che costituiscono enfatizza il tema della morte, restando attaccato ai vestiti o ai capelli delle vittime.

Barbablu è senza dubbio uno dei migliori lavori di Pina nel quale esce fuori tutto l’interesse compulsivo della coreografa per il comportamento delle persone e le profondità delle loro menti. Come in tutte le altre sue creazioni il teatro della Bausch è ingordo di vissuti e desideroso di emozioni. Quella della Bausch è un’arte che indaga, parte dal mondo interiore del singolo individuo, del singolo danzatore, per sfociare all’esterno e farne dono al pubblico. Ecco perchè nella versione presentata in questi giorni a Londra c’è una lacuna: l’assenza fisica di Pina.

La compagnia non è quella del 1977, per forza maggiore gli interpreti sono altri, nessuno di loro è colui o colei che Pina aveva scelto per questa sua creazione, e questo si sente. Come si sente la mancanza dell’occhio vigile, attento e severo di colei che è stata l’anima della compagnia. Nulla è più uguale. Se non ci sono errori a livello coreografico e stilistico, nel balletto si accusa qualcosa di differente da com’era quando fu concepito. Le ripetizioni incessanti che appaiono mancanti della personalità di ogni singolo ballerino (fatta eccezione per Silvia Farias Heredia), mettono a dura prova la pazienza anche dei fans più accaniti della Bausch. E così, nonostante l’impegno instancabile di questa nuova generazione di danzatori, la cupa e riduttiva visione delle relazioni umane della Bausch sembra non combaciare con l’intenzione primaria e si imabatte fra le misteriosi note del capolavoro di Bartok, troppo brutalmente, lasciando il pubblico dapprima ipnotizzato e poi stordito come i ballerini dai loro ripetuti giri, colpi e cadute.

Ciò non toglie che sia stato un piacere per il pubblico inglese (e non solo) assistere a questo lavoro pionieristico eseguito per la prima volta nel Regno Unito.

Francesca Camponero

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