Ciao Rudy…

Oggi, 27 anni fa moriva Rudolf Nureyev. Con lui si spegneva un’epoca, quella della grande danza, con lui si spegneva tutto l’allure di un mondo che all’insegna della sua luce aveva acquistito una visibilità mai avuta perchè quella tersicorea è sempre stata una forma d’arte di nicchia e purtroppo sempre e inappropriatamente considerata sorella minore delle arti.

Nureyev ci ha lasciati troppo presto, Nureyev ha lasciato un vuoto incolmabile ed è quasi inutile dire il perchè. Tutta la sua carriera e la sua vita sono stati caretterizzati da colori e da sapori estremi. In lui vi erano il bello della natura, il tormento e l’estasi dell’arte del corpo e insieme del cervello e del cuore.

Nureyev non era come gli altri, Nureyev era e rimarrà sempre il solo e l’unico. Nureyev non era solo un ballerino, Nureyev era un amante della vita in tutte le sue forme. Della vita voleva catturare tutto perchè di lei amava tutto. Lui faceva di notte quello che gli altri fanno di giorno. Soltanto verso le due del mattino con una cena in qualche ristorante ancora aperto terminava la sua giornata di lavoro ed allora camminava a piedi, da solo, verso l’hotel che lo ospitava in quel momento e con una sorta di cupidigia visuale faceva il suo shopping immaginario cercando di catturare tutto il bello che vedeva in solitudine. Da quello che vedeva treva spunto per la sua creatività nella danza.

Rudolf Nureyev nel celeberrimo scatto di Giorgio Cesare Tagliafico

Rudy amava l’Italia dove trascorse gli ultimi mesi di vita prima di essere portato all’ospedale parigino. Nell’Isola di Li Galli aveva la sua casa, lì riceveva i pochi amici intimi, quelli che l’hanno sempre amato sinceramente. A loro cercava di presentarsi sempre al meglio cimentandosi nel non far vedere nè sofferenza nè decadimento.

Vittoria Ottolenghi nel suo libro Confessioni descrive così quell’ultimo triste periodo: “In nostro onore Rudolf si era messo indosso un kaftano bianco e azzurro, lungo fino ai piedi. Forse perchè non aveva più la forza di lavarsi i capelli si era messo intorno al capo una specie di turbante di spugna blu. Quando è entrato in camera da pranzo sembrava proprio quel personaggio che egli stesso aveva creato per la danza araba del suo Schiaccianoci: un gran turco come era suo nonno, mussulmano. Ecco: sembrava un fiabesco Sultano morente, con gli occhi tristi e sparuto. Ci siamo commossi.”

Caro Rudy, tu che diffidavi dei tuoi fans dai quali pensavi di essere schiacciato e rimanere schiavo, non temere, noi ti porteremo sempre in alto, in trionfo, fino alla fine dei tempi.

Francesca Camponero

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