SCENA I
- Verona, una piazza
Entrano
MERCUZIO, BENVOLIO, un paggio
e alcuni servi
BENVOLIO
-
Ti prego, buon Mercuzio, andiamo
a casa.
Fa molto caldo oggi, e i Capuleti
sono in giro: dovessimo incontrarli,
non potremo evitare d'azzuffarci.
Il sangue, in questi giorni
di calura,
fa il matto e bolle più
del necessario.
MERCUZIO -
Tu mi somigli a un di quei
compari
che, come sono entrati in
una bettola,
ti sbattono la spada sopra
un tavolo,
gridandole: "Dio voglia,
non sia mai,
ch'abbia a usar di te!";
e poco dopo,
al secondo bicchiere, come
niente,
ci infilzano lo stesso taverniere.
BENVOLIO -
Davvero ch'io somiglio a un
tal compare?
MERCUZIO -
Va', va', che con quel tuo
caratterino,
quando t'arrabbi sei così
focoso
che non ce n'è l'eguale
in tutta Italia:
pronto a farti eccitare dalla
collera,
e andare in collera per eccitarti.
BENVOLIO -
E avanti, poi, che altro?
MERCUZIO -
Che se ad esser così
come sei tu,
foste in due, ci vedremmo
presto privi
d'entrambi perché vi
sopprimereste
l'uno con l'altro. Perché
tu sei uno
che attaccheresti lite con
chiunque,
sol perché la sua barba
ha un pelo in meno o in più
di quella tua;
o con chi fosse intento a
schiacciar nocchie,
perché quello è
il colore dei tuoi occhi.
Qual occhio, fuor che il tuo,
saprebbe scorgere in quello
un pretesto
per questionare e menare la
mani?
La tua testa è stipata
come un uovo
di querele, ed a forza di
litigi
s'è imputridita come
un uovo marcio.
Hai preso a male un povero
cristiano
che tossiva per strada,
col pretesto che quel suo
scarracchiare
svegliava quella bestia del
tuo cane
che dormiva sdraiato sotto
il sole.
E non hai questionato con
quel sarto,
perché portava la sua
giubba nuova
prima di Pasqua? E ancora
con un altro
perché allacciava le
sue scarpe nuove
con vecchie striglie? E adesso
proprio tu
pretendi di venirmi ad insegnare
come fare per non attaccar
briga?
BENVOLIO -
S'io fossi litigioso come
te,
chiunque comprerebbe tutto
il feudo
della mia vita per un'ora
e un quarto
di quella sua.
MERCUZIO
- "Il feudo...".
Oh, sempliciotto!
BENVOLIO -
Per la mia testa, ecco i Capuleti!
MERCUZIO -
Chi se ne frega, per i miei
calcagni!
Entra
TEBALDO con altri
TEBALDO
- (Ai suoi)
Statemi a fianco, che adesso
li affronto.
(A Mercuzio
e Benvolio)
Messeri,
buona sera.
Avrei da dire ad uno di voi
due
una parola.
MERCUZIO -
Una sola? A uno solo?
Evvia, aggiungici qualche
altra cosa...
Facciamo una parola e una
stoccata.
TEBALDO -
E perché no? Sarei
pronto anche a questo
qualora me ne offriste voi
il destro.
MERCUZIO -
Non potresti pigliartelo da
te,
senza aspettare che ti venga
offerto?
TEBALDO -
Mercuzio, tu d'accordo con
Romeo...
MERCUZIO -
"Accordo..." Che!
Siam forse menestrelli?
Bada che a prenderci per menestrelli,
da noi non sentirai che stonature.
(Mostra la spada)
Ecco l'archetto del mio violoncello;
è questo che ti farà
ben ballare.
Sentirai che armonie!
BENVOLIO -
Non qui, però;
qui siamo in pubblico, in
mezzo alla gente.
O si va altrove, in un luogo
appartato,
a ragionar con calma, o separiamoci:
qui tutti gli occhi stanno
su di noi.
MERCUZIO -
Gli occhi furono fatti per
guardare.
Che guàrdino. Da qui
io non mi muovo.
per fare i comodacci di nessuno!
Entra
ROMEO
TEBALDO -
(A Mercuzio, indicando Romeo
che entra)
Sta bene. Pace a voi. Ho qui
il mio uomo.
MERCUZIO -
Il tuo uomo?... Impiccato
vorrei essere,
s'egli porta la stessa tua
livrea!
Scendi in lizza, e vedrai
che lui ti segue:
solo in tal senso vostra signoria,
potrà chiamarlo uno
del suo seguito.
TEBALDO -
Romeo, per il gran bene che
ti voglio,
è il men che possa
dirti: sei un vile!
ROMEO -
Tebaldo, la ragione che io
ho
di voler bene a te mi fa comprimere
in me tutta la rabbia che
v'accende
codesto tuo saluto.
Non son un vile, e perciò
ti saluto.
Ben m'accorgo che tu non mi
conosci.
(Fa per
andarsene)
TEBALDO -
Non è così,
ragazzo,
che ripari le offese che m'hai
fatto.
Torna indietro, perciò,
mano alla spada,
statti in guardia e difenditi!
(Mette mano alla spada)
ROMEO -
(Senza scomporsi)
Ti dichiaro che non t'ho mai
offeso,
anzi, t'aggiungo che mi sei
più caro
di quanto puoi continuare
a credere,
finché non avrai modo
di conoscere
la ragione per cui ti voglio
bene.
E con questo, mio caro Capuleti
- nome ch'io tengo caro come
il mio -
tieniti soddisfatto.
MERCUZIO
- O sommissione,
pacata, mite, ignobile, servile!
Ah, questa lama la cancellerà!
(Snuda
la spada)
Tebaldo,
acchiappasorci,
che ne dici di far due passi
insieme?
TEBALDO -
Che cosa vuoi da me?
MERCUZIO
- Nient'altro, patentato re
dei gatti,
che una sola delle tue nove
vite,
per prendermici qualche libertà;
poi, a seconda che m'avrai
trattato,
provvederò a sfogarmi
e a picchiar sodo
su ciascuna delle otto che
ti restano.
Ti decidi a tirare per gli
orecchi
dal suo guscio peloso quella
spada?
Fa' presto, prima che non
sia la mia
a sibilare ai tuoi.
TEBALDO -
Ai tuoi comandi.
(Estrae
anche lui la spada)
ROMEO -
Mercuzio, caro, metti giù
quell'arma!
MERCUZIO -
(Non badandogli, a Tebaldo)
Forza, messere, il tuo famoso
affondo!
(Si battono)
ROMEO -
Benvolio, snuda, e abbassa
con la tua
le loro spade. Bisogna dividerli.
Signori, andiamo, Tebaldo,
Mercuzio,
per carità, evitate
questo scandalo!
Il Principe ha vietato espressamente
le risse per le vie della
città.
Tebaldo, ferma!...
(Mentre
s'interpone tra i due, Tebaldo,
passando sotto il suo braccio,
colpisce Mercuzio e scappa
con tutti i suoi)
Ohimè,
mio buon Mercuzio!...
MERCUZIO -
Accidenti alle vostre due
famiglie!
Sono ferito... Ohimè,
sono spacciato!
E lui se l'è squagliata?...
Senza niente?...
ROMEO -
Oh, sei ferito bene!...
MERCUZIO -
Solo un graffio...
solo un graffio... ma tanto
quanto basta,
per la Madonna!... Il mio
paggio dov'è?...
Corri, corri, furfante,
vammi a chiamare un medico,
fa' presto.
ROMEO -
Coraggio, la ferita non è
grave.
MERCUZIO -
Oh, no, non è profonda
come un pozzo
né larga come un portale
di chiesa,
ma basterà, non c'è
bisogno d'altro:
domandate di me domani a giorno,
e vi diranno che sono una
tomba.
Sono cotto a dovere e cucinato
per questo mondo, ve lo garantisco.
Accidenti alle vostre due
famiglie!...
Sangue di Cristo, un cane,
un sorcio, un gatto
graffiare a morte un uomo!...
Un fanfarone,
un manigoldo, un fiore di
canaglia
che duella, un-due-tre, col
libro in mano!
(A Romeo)
Tu, per che diavolo ti sei
frapposto?
Il colpo che m'ha inferto
la ferita
è passato al disotto
del tuo braccio.
ROMEO -
Credevo di far bene...
MERCUZIO -
Ahimè, Benvolio,
aiutami ad entrare in qualche
casa,
o verrò meno qui...
Maledizione
alle vostre dannate due famiglie!
Hanno fatto di me carne per
vermi!
La botta ormai l'ho presa,
e pure forte...
Ah, maledette le vostre famiglie!
(Benvolio
esce trascinandosi Mercuzio)
ROMEO -
E così questo fior
di gentiluomo,
un parente assai prossimo
del Principe,
e amico a me assai caro,
s'è buscato quella
mortal ferita
per difendere me... l'onore
mio
macchiato dall'insulto di
Tebaldo...
Tebaldo, che da un'ora è
mio cugino...
Dolce Giulietta! La bellezza
tua
m'ha effeminato al punto da
infiacchire
nel mio petto l'acciaio del
coraggio!
Rientra
BENVOLIO
BENVOLIO -
O Romeo, Romeo, Mercuzio è
morto!
Quel valoroso spirito
che innanzi alla sua ora ha
dispregiato
il mondo di quaggiù,
se n'è volato
a raggiunger le nuvole su
in cielo.
ROMEO -
Sopra ben altri giorni graverà
il nero auspicio annunciato
da questo:
esso è solo l'inizio
di sciagure
cui altri giorni metteranno
fine.
Rientra
TEBALDO
BENVOLIO -
Ecco ancora Tebaldo, furibondo.
ROMEO -
Vivo, trionfante, lui. Mercuzio
ucciso...
Rispettosa mollezza, vola
in cielo!
Ora mia sola guida sia la
furia
dallo sguardo infocato. Ora,
Tebaldo,
ti devi rimangiare quel tuo
"vile"
che m'hai gridato in faccia
poco fa.
L'anima di Mercuzio aleggia
ancora
poco distante sulle nostre
teste,
aspettando che tu vada a raggiungerla.
E adesso, o tu, o io, o tutti
e due,
lo seguiremo.
TEBALDO -
Allora tocca a te,
che gli sei stato compagno
quaggiù,
maledetto ragazzo, di seguirlo.
ROMEO -
(Estraendo la spada)
Lo faremo decidere da questa.
(Si battono.
Tebaldo cade colpito a morte)
BENVOLIO -
Romeo, vattene, scappa!
I cittadini son tutti in subbuglio,
Tebaldo è ucciso! Non
star là impalato!
Il Principe ti condannerà
a morte
se ti prendono. Via, mettiti
in salvo!
ROMEO -
Ah, ch'io son lo zimbello
della sorte!
BENVOLIO -
Che fai, perché traccheggi?
Presto, scappa!
(Romeo
esce di corsa)
Entra una
folla di CITTADINI
1° CITTADINO -
Da che parte è fuggito
l'assassino?
2° CITTADINO -
Tebaldo, l'assassino di Mercuzio!
Dov'è andato?
BENVOLIO -
Tebaldo è là
per terra.
1° CITTADINO -
(Sollevando il corpo di Tebaldo)
Su, signore, devi venir con
me...
per ordine del Principe. Obbedisci.
Entrano
il PRINCIPE col seguito, il
MONTECCHI e il CAPULETO con
le rispettive mogli, ed altri
del seguito
PRINCIPE -
Dove son quei ribaldi istigatori
ch'hanno acceso per primi
questa rissa?
BENVOLIO -
Nobile principe, posso io
scoprirti
tutto lo sciagurato svolgimento
di questa infausta tragica
contesa.
Là vedi steso a terra
l'uomo - ucciso dal giovane
Romeo -,
che aveva prima ucciso il
tuo parente,
il valente Mercuzio.
MONNA CAPULETI -
Ma è Tebaldo!
Tebaldo, mio nipote,
figlio di mio fratello! È
lui!... O Principe!
O nipote! O mio sposo! Ahimè,
versato
è il sangue di quel
mio caro congiunto!
Principe, se sei giusto, al
nostro sangue
devi aggiungere il sangue
dei Montecchi!
Ah, Tebaldo, nipote mio carissimo!
PRINCIPE -
Benvolio, avanti, chi l'ha
incominciata
questa violenta rissa?
BENVOLIO -
Fu Tebaldo,
qui ucciso dalla mano di Romeo;
Romeo gli rispondeva con le
buone,
e l'esortava, anzi, a ben
riflettere
sulla futilità di quella
rissa.
Ma benché tutto ciò
gli fosse detto
con pacatezza, con tranquillo
sguardo
e con ginocchia umilmente
piegate,
non ci fu verso di ridurre
in calma
la scatenata furia di Tebaldo;
sordo a qualsiasi pacifico
accento,
egli sferra, col suo puntuto
acciaio,
un colpo in pieno petto al
buon Mercuzio;
che, non meno infocato,
oppone all'altra la sua punta
mortale
e con marziale piglio di disprezzo,
con una mano svia la fredda
morte,
con l'altra la ricaccia su
Tebaldo,
che riesce a schivarla con
destrezza.
Romeo gridava forte ai contendenti:
"Amici, fermi! Fermi!
Separatevi!"
e l'agile suo braccio, ancor
più rapido
della sua lingua, abbassava
d'un colpo
le fatali lor punte e, con
un salto,
veniva ad interporsi fra quei
due;
e fu proprio a quel punto,
che una brutta stoccata di
Tebaldo,
passata sotto il braccio di
Romeo,
tolse la vita al valido Mercuzio.
Tebaldo, a quella vista, scappa
via,
ma torna subito contro Romeo,
che solo allora prende a vagheggiare
l'idea della vendetta, e come
un lampo,
lì s'avventano l'uno
contro all'altro
sì che ancor prima
ch'io trovassi il tempo
di snudare la spada per dividerli,
l'animoso Tebaldo era già
ucciso;
e, come cade, Romeo fugge
via.
Questa è la pura verità,
signore.
Muoia Benvolio, se non è
così.
MONNA CAPULETI -
Costui è un prossimano
dei Montecchi
e l'affetto gli fa contare
il falso.
Eran, dei loro, almeno una
ventina
a prender parte a questa
sporca rissa,
e tutti e venti insieme a
malapena
son riusciti a far fuori uno
dei nostri.
Io ti domando un atto di giustizia,
Principe, e tu non devi ricusarmelo.
Romeo è l'assassino
di Tebaldo:
Romeo non deve rimanere vivo.
PRINCIPE -
Romeo ha ucciso chi uccise
Mercuzio.
Chi pagherà per questo
caro sangue?
MONTECCHI -
Non già Romeo, però,
ché di Mercuzio, egli
era amico, Principe,
e la sua colpa non ebbe altro
effetto
se non quello cui anche la
tua legge
sarebbe giunta: la morte a
Tebaldo,
come condanna di quel suo
delitto.
PRINCIPE -
Ed è proprio a cagion
di quella colpa,
ch'è una offesa alla
legge dello Stato,
che noi lo condanniamo:
sia bandito da questo nostro
Stato,
con effetto immediato!
Io son ora colpito di persona
dai frutti delle vostre inimicizie,
perché si versa a fiotti
anche il mio sangue
a causa della vostra aspra
contesa.
Ma v'imporrò un'ammenda
sì pesante,
che dovrete pentirvi amaramente
d'avermi procurato una tal
perdita.
Resterò sordo a ragioni
ed a scuse
né varranno preghiere
e piagnistei
a riscattar gli abusi della
legge.
Ve li potete quindi risparmiare.
Che Romeo lasci subito Verona.
Se si farà trovare
ancora qui,
sarà l'ultima ora di
sua vita.
Si porti via, frattanto, quel
cadavere
e s'obbedisca alla volontà
nostra.
La pietà che perdona
agli assassini
si fa assassina anch'essa,
loro correa.
(Escono
tutti)
SCENA II - L'orto dei Capuleti
Entra GIULIETTA
GIULIETTA -
Galoppate veloci, o voi corsieri
dai garretti di fuoco, galoppate
all'alloggio di Febo; un bravo
auriga
come Fetonte avrebbe già
frustato
il vostro ardore a raggiunger
l'occaso,
per ristender più presto
su di noi
il manto della nebulosa notte.
E tu, notte, tu pronuba agli
amori,
ammantaci della tua nera veste,
sì che possan le palpebre
del giorno
chiudersi finalmente sulla
terra
e il mio Romeo possa balzare
qui,
tra le mie braccia, da nessuno
visto,
e da nessuno udito.
Per celebrare i riti dell'amore
gli amanti vedon bene anche
di notte,
illuminati dalla lor bellezza;
perché se è
vero che l'amore è
cieco,
il buio della notte è
il suo elemento.
Scendi, o notte solenne, tu,
matrona
sobria matrona mia nero-vestita,
ad insegnarmi come devo perdere
una partita vinta, la cui
posta
son due verginità incontaminate.
Nascondi sotto il tuo nero
mantello
l'indomabil mio sangue
che sento palpitar sulle mie
guance,
sì che l'amore mio,
fattosi ardito,
e vinto ogni residuo pudore,
veda nell'atto del sincero
amplesso
nient'altro che pudica castità.
Oh, vieni, o notte, e portami
con te
il mio Romeo, giorno della
mia notte,
che spiccherà sulle
tue ali nere
più candido di neve
mo' caduta
sovra il dorso d'un corvo!
Vieni, amorosa ed accigliata
notte,
e dammi il mio Romeo;
e quand'egli morrà,
tu, notte, prendilo
e ritaglialo in mille pezzettini
da farne tante piccole stelline:
farà sì bella
la faccia del cielo,
che tutto il mondo non avrà
più occhi
che per te, notte, e non farà
più omaggio
d'adorazione al risplendente
sole.
Oh, qual ricca dimora dell'amore,
ho io comprato, e ancor non
la possiedo!
Così come, venduta
alla mia volta,
non son goduta da chi mi ha
comprato.
Questa luce del giorno m'è
tediosa
come la notte prima della
festa
al garzoncello ch'ha il vestito
nuovo
ed è tutto impaziente
d'indossarlo...
Oh, ecco finalmente la mia
balia,
con notizie per me; qualunque
bocca
pronunci solo di Romeo il
nome,
parla per me con celestiale
eloquio.
Entra
la NUTRICE con delle corde
Oh, balia,
che notizie?... Che ti porti?
Le corde che Romeo ti mandò
a prendere?
NUTRICE -
Sì, sì, le corde.
(Le butta
a terra con un gesto di disperazione)
GIULIETTA -
Oh, Dio! Ma che notizie?
Perché ti torci le
mani in quel modo?
NUTRICE -
Ah, dannazione! È morto,
è morto, è morto!
Che rovina, Giulietta! Che
rovina!
Ah, giorno maledetto! Se n'è
andato,
ucciso... morto!
GIULIETTA -
Oh, Dio, come può il
cielo
esser così maligno?
NUTRICE -
Il cielo no,
ma Romeo sì... Oh,
Romeo, Romeo!
Chi mai l'avrebbe creduto!
Romeo...
GIULIETTA -
Ma che demonio sei, per torturarmi
in questo modo? Nell'oscuro
inferno
ruggir dovrebbe una tortura
simile!
Romeo che cosa?... Di', s'è
forse ucciso?
Nutrice, dimmi solamente "sì",
e quella nuda sillaba, quel
"sì"
sarà per me veleno
più potente del micidiale
sguardo
del basilisco; io non sarò
più io,
se sarà "sì",
se son chiusi quegli occhi
per cui tu debba rispondermi:"sì".
S'è stato ucciso,
insomma, dimmi "sì",
e se no, dimmi "no":
queste due sillabe
decideran di tutta la mia
gioia
o di tutta la mia disperazione...
NUTRICE -
Ho visto la ferita... Dio
ne scampi!,
con questi occhi, sul suo
robusto petto.
Ah, che impressione!... Quel
povero corpo
insanguinato, livido, cinereo,
tutto un grumo di sangue...
Che pietà!
Sono svenuta...
GIULIETTA -
Ah, spezzati, cuor mio!
Spezzati, misero resto di
me!
In prigione, miei occhi!
Mai più vedrete voi
la libertà!
E tu, mio corpo, che sei terra
vile,
torna alla terra, e là
resta per sempre
a gravar con Romeo d'un solo
peso
la stessa bara!
NUTRICE -
O Tebaldo! Tebaldo!
Il mio migliore amico, il
più cortese,
il più degno, onorato
gentiluomo!
Ohimè, non fossi mai
tanto vissuta
da doverti vedere adesso morto!
GIULIETTA -
Qual mai tempesta è
questa che imperversa
intorno a me con sì
contrari venti?
Trucidato Romeo... Morto Tebaldo...
Il mio cugino, di tutti il
più caro,
e il mio signore, ancor di
lui più caro?
E allora suona, terribile
tromba,
annunzia pure l'ora del Giudizio!
Chi può più
vivere su questa terra,
se ne sono scomparsi questi
due?
NUTRICE -
Morto è solo Tebaldo;
Romeo è stato condannato
al bando.
È stato lui a ucciderlo,
e per questo
è messo al bando.
GIULIETTA -
Oh, Dio Signore!
La mano di Romeo, ha dunque
sparso
il sangue di Tebaldo?
NUTRICE -
Sì, Giulietta,
è stato lui, ah!, giorno
di sventura!
È stato lui!
GIULIETTA -
O cuore di serpente,
nascosto dietro la faccia
d'un fiore!
O bel tiranno! O angelo-demonio!
O nero corvo in piume di colomba!
Lupo famelico in veste d'agnello!
Vil materia in immagine divina!
Tutto il contrario di quello
che sembri!
O Natura, che cosa non puoi
fare
tu dell'inferno, se dai ricettacolo
allo spirito d'uno dei suoi
diavoli
nel paradiso mortale d'un
corpo
così leggiadro!...
Ci fu mai volume
che contenesse tanta vil materia
e che fosse sì bene
rilegato?
Può dunque la perfidia
avere stanza
in così ricca e splendida
dimora?
NUTRICE -
Negli uomini non c'è
più lealtà,
non c'è più
fede, più onestà:
spergiuri
son tutti, ipocriti, falsi,
bugiardi.
(Chiamando il suo servo)
Ah, dov'è Pietro?...
Dammi un po' d'assenzio...
Tutti questi dolori, queste
pene,
queste tribolazioni a non
finire,
mi fanno vecchia. Vergogna
a Romeo!
GIULIETTA -
E a te si secchi in bocca
la linguaccia,
che ha pronunciato questo
malaugurio!
Lui non è nato per
subir vergogna.
La vergogna ha vergogna
d'albergar sul suo viso; quello
è un trono
sul quale può ben coronarsi
Onore
come sovrano dell'intero mondo.
Come ho potuto tanto imbestialirmi
da inveire così contro
di lui!
NUTRICE -
Non vorrai mica metterti a
dir bene
di colui che t'ha ucciso tuo
cugino?
GIULIETTA -
Dovrei forse dir male di colui
ch'è mio marito? Caro
mio signore!
Ah, quale lingua potrà
mai blandire
con tenerezza il nome tuo,
se io
che son tua moglie solo da
tre ore,
l'ho tanto vilipeso?... Ma
perché
hai ucciso, cattivo!, mio
cugino?
Vero è, però,
che quell'altro cattivo
avrebbe ucciso te, che sei
mio sposo!...
E dunque, indietro, indietro,
sciocche lacrime!
Tornate alla nativa vostra
fonte:
le vostre stille son tributo
al duolo,
e voi le offrite adesso per
errore
alla letizia, perché
mio marito,
che Tebaldo voleva ucciso,
vive;
ed è morto Tebaldo,
che lo voleva ucciso. Tutto
questo
Non è per me motivo
di conforto?
Ed allora, perché piangere,
mio cuore?...
Ahimè, c'è una
parola
più amara della morte
di Tebaldo,
che m'uccide. Vorrei cacciarla
via
dalla mente, ma lei ci grava
sopra
come sulle colpevoli coscienze
il rimorso di turpi malefatte.
"Tebaldo è morto
e Romeo è bandito!"
Quel "bandito",
quell'unica parola:
"bandito", val per
me mille Tebaldi,
la cui morte sarebbe, già
da sola,
un dolore bastante; e se il
dolore
trova conforto a non essere
solo,
ed ha bisogno d'accoppiarsi
ad altri,
perché quando la balia
m'annunciò:
"Tibaldo è morto",
non v'aggiunse ancora:
"anche tuo padre",
oppure: "anche tua madre",
o tutti e due? M'avrebbe suscitato
i lamenti che levan tutti
gli altri.
Ma l'annuncio che ha fatto
retroguardia
a quello della morte di Tibaldo:
"Romeo è messo
al bando"... quella frase,
a pronunciarla li racchiude
tutti,
padre, madre, Tebaldo, me,
Romeo,
assassinati tutti, tutti morti!
"Romeo bandito..."
No, non c'è confine
né limite, né
fine, né misura
nella morte ch'è in
questa sola frase;
né c'è frase
che suoni più funerea.
Dov'è mio padre, Nutrice?
E mia madre?
NUTRICE -
Tutti e due a levare alti
lamenti
sul corpo di Tebaldo.
Vuoi andare da loro? T'accompagno.
GIULIETTA -
Lavino essi, con le loro lacrime,
le sue ferite; verserò
le mie,
quando le loro si saran seccate,
per piangere l'esilio di Romeo.
Raccogli quelle corde...
Poverette!
Siete state ingannate come
me!
Perché Romeo, proscritto,
se ne va.
Voleva far di voi la via maestra
al mio letto di sposa;
ma io morirò vergine,
e vedova...
Venite, corde, ed anche tu,
Nutrice:
io m'incammino al mio letto
di sposa
dove a coglier la mia verginità
più non sarà
Romeo, bensì la Morte.
NUTRICE -
Va' sola, affrettati in camera
tua;
troverò io Romeo, per
confortarti.
So dov'egli si trova. Ascolta
bene:
il tuo Romeo stanotte sarà
qui.
Sta nella cella di Frate Lorenzo,
nascosto. Vado subito da lui.
GIULIETTA -
Oh, trovalo! Consegna quest'anello
al mio fido e devoto cavaliere,
e digli di venir subito qui,
a prendersi da me l'ultimo
addio.
(Escono)
SCENA III - La cella di Frate
Lorenzo
Entra FRATE LORENZO, poi
ROMEO
FRATE LORENZO -
Vieni fuori, Romeo, su, vieni
fuori,
timoroso ragazzo: l'afflizione
s'è innamorata della
tua persona,
e tu ti sei sposata la sventura.
ROMEO -
(Uscendo da una segreta)
Che nuove, padre? Che ha deciso
il Principe?
Qual dolore, ch'io non conosca
ancora,
brama venire a stringermi
la mano?
FRATE LORENZO -
Troppo usato a sì amara
compagnia
è il mio caro figliolo.
Ti riporto il decreto di condanna
pronunciato a tuo carico dal
Principe.
ROMEO -
E di quanto è più
mite, tal condanna,
di quella del Giudizio Universale?
FRATE LORENZO -
Un più mite giudizio,
in verità,
è scaturito per te
dal suo labbro:
non la morte del corpo, ma
il suo bando.
ROMEO -
Ah, il bando!... Per pietà,
chiamalo "Morte"!
C'è più terrore
nel volto del bando
che in quello della morte.
Non dir "bando",
perciò, di' pure "morte"!
FRATE LORENZO -
Sei soltanto bandito da Verona.
Fattene una ragione: il mondo
è grande!
ROMEO -
Non c'è mondo per me,
Frate Lorenzo,
aldilà delle mura di
Verona:
c'è solo purgatorio,
c'è tortura,
lo stesso inferno; bandito
da qui,
è come fossi bandito
dal mondo;
e l'esilio dal mondo vuol
dir morte.
E quindi dire "esilio"
è dire "morte",
con altro termine, falso ed
improprio;
e tu, a chiamar esilio la
mia morte,
mi mozzi il capo con un'ascia
d'oro,
e sorridi del colpo che m'uccide.
FRATE LORENZO -
O peccato mortale!
O vile, grossolana ingratitudine!
La nostra legge commina la
morte
pel tuo delitto, e il Principe,
benevolo,
prende amorevolmente la tua
parte,
getta la legge in un canto,
e converte
la macabra parola "morte"
in "bando",
e tu non sei capace d'apprezzare
questo prezioso gesto di clemenza!
ROMEO -
Questa per me è tortura,
non clemenza!
Il paradiso è qui,
dov'è Giulietta;
ed ogni cane, gatto, topo,
tutto,
anche la cosa più insignificante,
tutto qui vive in cielo, in
paradiso,
perché può gettar
gli occhi su di lei,
mentre Romeo non può.
C'è più riguardo,
dignitoso rispetto, cortesia,
per la mosca che infesta una
carogna,
che per Romeo; la mosca può
posarsi
su quella meraviglia di candore
ch'è la preziosa mano
di Giulietta,
e rubarsi una gioia celestiale
solo a posarsi sovra quelle
labbra
che nel loro candore di vestale
arrossiscono come d'un peccato
dei loro baci, e Romeo non
lo può;
le mosche sì, perch'esse
sono libere,
lui no, perché è
bandito!
E tu ti ostini a dire che
l'esilio
non è per me la morte?
Non hai tu qui un infuso di
veleni,
un coltello affilato o un
altro mezzo
che procuri una morte repentina,
ma non sì ignominiosa,
per uccidermi,
anziché dirmi ch'ero
messo al bando?
"Bandito": frate,
questa è una parola
che adoprano i dannati dell'inferno,
e la riecheggia un urlo di
dolore.
Come hai potuto sentirti il
coraggio,
essendo un sacerdote, un confessore,
uno che assolve gli altri
dal peccato,
e che pur si professa amico
mio,
di torturarmi con quella parola?
FRATE LORENZO -
Stolto e pazzo che sei, stammi
a sentire.
ROMEO -
Che! Sentirti parlare ancor
d'esilio?
FRATE LORENZO -
No, voglio offrirti invece
una corazza
che ti difenda da quella parola:
il dolce latte dell'avversità,
quella filosofia che dà
conforto
anche a chi va bandito, come
te.
ROMEO -
E dagli col "bandito"!
Alla malora!
Che s'impicchi, la tua filosofia!
A meno che la tua filosofia
non sappia ricrearmi una Giulietta,
o sappia trapiantare una città,
o revocare l'editto del Principe,
non serve a nulla, non parlarne
più!
FRATE LORENZO -
Vedo bene che i pazzi
non hanno proprio orecchi
per intendere.
ROMEO -
E come lo potrebbero, se i
savi
non hanno proprio occhi per
vedere?
FRATE LORENZO -
Parliamo insieme della situazione.
ROMEO -
Che vuoi parlare, di ciò
che non senti!
Fossi tu giovane ed innamorato,
come me, di Giulietta, a lei
sposato
solo da un'ora, e avessi ucciso
tu
Tebaldo, e fossi stato tu
bandito
pazzo d'amore, da questa Verona,
allora sì, che potresti
parlare,
e strapparti i capelli disperato,
e gettarti per terra, ecco
così,
per prender la misura della
fossa,
che vorresti scavare.
(Si getta
a terra. Bussano alla porta)
FRATE LORENZO -
Alzati, via!
Qualcuno bussa. Buon Romeo,
nasconditi.
(Romeo
rimane disteso a terra)
ROMEO -
No, salvo che i sospiri del
mio cuore
non mi nascondano, come una
nebbia,
agli sguardi di quelli che
mi cercano.
(Bussano
ancora)
FRATE LORENZO -
Senti, bussano ancora... Chi
va là?
Alzati, su, Romeo! Ti prenderanno.
(Bussano
ancora)
Un momento!...
(A Romeo)
Su, corri nel mio studio...
(Rispondendo
a chi bussa)
Eccomi,
vengo!... Mio Dio, che pazzia!...
(Bussano
ancora)
Vengo,
vengo... Chi bussa così
forte?
Chi siete? Che cercate? Chi
vi manda?
NUTRICE -
(Da dentro)
Aprite, finalmente, e lo saprete!
Vengo da parte di Monna Giulietta.
FRATE LORENZO -
Ah, benvenuta, allora!
(Apre la
porta)
Entra la
NUTRICE
NUTRICE -
Padre santo,
ditemi, frate santo, dove
sta
il signore della mia padroncina?
Dov'è Romeo?
FRATE LORENZO -
Eccolo là, per terra,
ubriaco delle sue stesse lacrime.
NUTRICE -
Come la mia bambina: tale
e quale,
anche lui nelle stesse condizioni.
O qual pietosa simpatia di
pena!
O caso miserando! Lei, lo
stesso,
così piangendo, così
singhiozzando,
singhiozzando e piangendo...
(A Romeo)
Ma su, alzatevi,
alzatevi, suvvia, se siete
un uomo!
Per amor di Giulietta, ritto
in piedi!
Perché dovete abbandonarvi
entrambi
ad un sì disperato
abbattimento?
ROMEO -
Nutrice...
NUTRICE -
Andiamo, andiamo, signor mio,
solo la morte è la
fine di tutto.
ROMEO -
Parlavi di Giulietta... Come
sta?
Non mi crede ella un famoso
assassino,
pensando che ho potuto insudiciare,
ora, l'infanzia della nostra
gioia
con un sangue ch'è
anche un poco il suo?...
Dov'è? Che fa la mia
sposa segreta?
Che dice di un così
stroncato amore?
NUTRICE -
Oh, lei non dice nulla, monsignore;
non fa altro che piangere
e poi piangere;
e si butta sul letto, e si
rialza,
ora chiama Tebaldo, ora Romeo,
e piange, e si ributta giù
di nuovo.
ROMEO -
Come se quel mio nome,
sparato dalla bocca d'un cannone
l'avesse uccisa, alla stessa
maniera
che la dannata mano di quel
nome
ha ucciso suo cugino... Dimmi,
frate,
in qual dannata parte del
mio corpo
questo mio nome sta di casa?
Dimmelo,
sì ch'io possa distruggere,
annientare
quell'odiosa dimora...
(Trae la
spada e fa per uccidersi,
il Frate gli trattiene il
braccio)
FRATE LORENZO -
Fermo! Fermo!
Trattieni quella mano disperata!
Sei tu un uomo? La tua forma
esteriore
proclama che lo sei, ma le
tue lacrime
sono di femminuccia,
e codesti tuoi atti da selvaggio
sono la furia matta d'una
bestia.
Femmina sei, sotto sembianza
d'uomo!
Bestia in sembianza dell'una
e dell'altro!
M'hai deluso. Per il mio sacro
ordine,
tu m'hai deluso. Sul mio sacro
ordine
ti giuro che credevo fosse
in te
più salda tempra. Hai
ucciso Tebaldo?
E adesso vuoi finirla con
te stesso,
e uccidere colei ch'è
la tua sposa
e vive solo perché
vivi tu,
compiendo un gesto d'odio
su di te,
che ti darebbe eterna dannazione?
Perché ruggire di disperazione
sul tuo nome, sul cielo, sulla
terra?
Se nome e cielo e terra,
si son composti in te in un
sol momento,
dalla nascita, tu in un sol
momento
vorresti perderli? Eh, via,
vergognati!
Tu fai torto alla bella tua
persona,
al tuo amore, al tuo senno,
al tuo giudizio,
perché di questi doni,
onde sei ricco,
tu, come un usuraio, non ti
servi
nella maniera che t'abbellirebbe
e l'aspetto, e lo spirito,
e l'amore.
Il nobil tratto della tua
persona
non è più d'un'immagine
di cera
se dissociato dalle qualità
che fanno l'uomo. Il tuo voto
d'amore
non è più d'un
inutile spergiuro
se l'amore giurato tu l'uccidi.
L'ingegno di cui certo sei
dotato
e che ti fa degno ornamento
al corpo
e all'interno sentire, male
usato,
e dall'uno e dall'altro ha
preso fuoco,
come la polvere della fiaschetta
d'un marmittone alle sue prime
armi,
dalla miccia della tua maldestrezza
e tu ti sei lasciato dilaniare
dall'arma stessa ch'era a
tua difesa.
Su, uomo, alzati! La tua Giulietta,
per amor della quale poco
fa
eri quasi sul punto di morire,
è viva, e questo può
farti felice.
Tebaldo, è vero, ti
voleva uccidere,
ma è vero pure che
tu l'hai ucciso;
ed anche in ciò puoi
dirti fortunato.
La legge, che poteva darti
morte,
ti si è mostrata amica,
e ha convertito in temporaneo
esilio
la tua morte e puoi esserne
contento.
Sta piovendo, in sostanza,
sul tuo capo
una pioggia di benedizioni.
Fortuna, come vedi, ti corteggia,
nel suo più dovizioso
abbigliamento,
e tu, come una rozza villanella,
screanzata e scontrosa, arricci
il naso
col broncio, alla fortuna
ed all'amore.
Bada, Romeo, che chi fa come
te
finisce male. Va', dall'amor
tuo,
come d'accordo, sali alla
sua camera,
ed effondile tutto il tuo
conforto.
Cerca soltanto di non trattenerti
oltre l'orario in cui passa
la ronda,
o non saprai più uscire
di città
per prendere la strada verso
Mantova;
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