Ma Bayadère, l’ultima creazione di Jean-Christophe Maillot, ispirata dalla quotidianità dei ballerini

Abbandonando la visione pittoresca dei balletti di Marius Petipa (1877) e Nureyev (1992), Jean-Christophe Maillot segna il suo ritorno al balletto narrativo con una produzione di grande portata, Ma Bayadère, che ha debuttato al Grimaldi Forum di Montecarlo lo scorso sabato 27 dicembre 2025. Una versione tutta sua, come dice il titolo stesso, del balletto La Bayadère che nella sua forma originale, in quattro atti su musica di Léon Minkus, si lasciò ispirare dalle cronache lette sulla stampa nel 1875 a proposito della visita del Principe di Galles in India. Per la sua coreografia Marius Petipa fu suggestionato anche dal balletto “Sakountala” ad opera di suo fratello Lucien su libretto di Théophile Gauthier, che andò in scena all’Opéra di Parigi nel 1858, basato sulla letteratura del più grande poeta e drammaturgo classico indiano Kālidāsa.

Maillot racconta di essere stato sempre affascinato da quel balletto che racconta una storia ambientata in un tempio indù, e dalle sue danzatrici sacre, trovando un parallelismo tra questa situazione e ciò che spesso accade all’interno di un teatro, leggendo tra le righe della trama, molti elementi che riflettono la vita quotidiana all’interno di una compagnia di danza. Come nel balletto classico Bayadère il fatto che le danzatrici sacre dedichino la loro vita alla danza gli ha fatto pensare che la stessa cosa succede in un altro tempio sacro, il teatro, in cui tutti i ballerini fanno una scelta simile: dedicare la loro vita alla danza. Come le danzatrici del tempio tutti gli artisti della danza per diventare ballerini professionisti dedicano la loro vita alla danza in maniera sacrale, e lo studio è appunto il loro tempio. E il personaggio femminile di Nikiya, rappresenta quanto può accadere in un gruppo di ballerini: che all’arrivo di un elemento nuovo venga sconvolto l’ordine costituito, mandando all’aria i piani di tutti. Sono meccanismi emotivi che il coreografo francese ha visto nel corso della sua carriera prima come ballerino e poi come coreografo.

Ed è da questo spunto che nasce Ma Bayadère che conserva assolutamente il nucleo emotivo del balletto tradizionale mostrando però le relazioni umane nei loro aspetti più viscerali e irrazionali all’interno di una sala da ballo. Il palcoscenico diventa il “ring” in cui si consuma una commedia umana graffiante e feroce. Una nuova produzione che parla dell’esperienza diretta del suo creatore, come del resto accade sempre nei balletti di Maillot che raccontano sempre di lui, di quello che lo appassiona, lo terrorizza, lo fa piangere o ridere. Insomma di tutto ciò che offre la vita vissuta di un artista.
Il balletto, qui diviso in due atti, è ambientato in un palcoscenico ove le scenografie teatrali, posizionate apparentemente alla rinfusa, creano un atmosfera di backstage. Il pubblico che prende posizione in platea è già immerso in tale atmosfera in quanto, prima che inizi lo spettacolo vero e proprio, assiste al riscaldamento dei danzatori alla sbarra. Alla fine a ogni danzatore viene attribuito un costume che sarà poi quello corrispondente al suo personaggio dando così vita alla storia.

Indossati gli abiti di scena ogni ballerino si trova immerso nel suo ruolo. Niki (Juliette Klein) attira immediatamente l’attenzione di tutti con il suo aspetto diafano, al tempo stesso fragile e determinato. Sbaglia qualche passo dei suoi assoli, ancora poco pratica del lavoro della compagnia, ma ciò non toglie che il maestro di ballo, Brahma (Michele Esposito) si innamori perdutamente di lei. Ma lei ama un altro, Solo (Ige Cornelis), virtuoso primo ballerino e rubacuori, che è fidanzato con Gamza (Romina Contreras), un’altra stella della compagnia. Niki non vuol darsi per vinta, si rifiuta di passare in secondo piano rispetto a Gamza e in un crescendo di tensione i loro corpi si scontrano. Solo, poco convinto nella scelta fra le due, alla fine sceglie Gamza. Niki, presa come da follia, arrampicandosi sulla ringhiera di una scenografia, si butta giù. Un suicidio molto differente da quello tradizionale: nessun serpente, ma un salto nel vuoto.
In questo primo atto molto complesso e ricco di entrate ed uscite dei vari ballerini quello che più si apprezzano sono i passi a due dei protagonisti, struggenti e appassionati quelli tra Niki e Solo, più tecnici e virtuosi quelli tra Gamza e Solo. Senza dubbio Maillot dimostra ancora una volta come sa trattare l’amore attraverso i passi di danza che nelle sue mani diventano poesia ricca di eros.

Più appassionante ed originale il secondo atto, quello bianco, quello che la tradizione vuole nel Regno delle Ombre. Certamente un atto che richiederebbe più sobrietà e conseguente semplicità, ma che il coreografo risolve con il rifugio del protagonista in un paradiso artificiale. Il fumo bianco sommerge lo spazio del palcoscenico in cui si erge la scenografia minimalista di Jérôme Kaplan. Da questa sorta di catena montuosa geometrica, astratta e futuristica scendono trenta danzatori in bianco. Il tableau delle Ombre, eseguito alla perfezione, è l’apoteosi di questa Bayadère. Il mondo delle ombre diventa un rifugio di pace atto a riappacificare tutti. È una dimensione nuova in cui non possono esistere conflitti, anche le due rivali in amore sembrano aver dimenticato i loro contrasti. È il mondo della gioia e della pace che le due suggellano con un bacio saffico. Ma la realtà è un’altra: la neve cade su Solo, trasformandosi in cenere nera. Sono le ceneri di Niki, che lo lasciano solo, come il suo nome, in mezzo al palco desolato.
Per questa rappresentazione, le cui repliche saranno fino al 4 gennaio 2026, la Compagnia è accompagnata dall’Orchestra Filarmonica di Monte-Carlo, diretta dall’ottima bacchetta di Garrett Keast.
Francesca Camponero
[La foto in alto è di Hans Gerritsen]
[Crediti fotografici: Alice Blangero e Hans Gerritsen]

