La Giocasta contemporanea della Lucenti non perde nulla del mito
Quasi tutte le donne dell’epica classica hanno in comune un binomio che le caratterizza: essere moglie e madre. Binomio che nel personaggio di Giocasta si fonde in maniera nefanda e tragica.
Se da una parte l’orrore dell’incesto scoperto porta inevitabilmente alla morte, dall’altra il matrimonio con il figlio, paradossalmente, è proprio il periodo in cui Giocasta può affermarsi in quanto donna – cioè, conformemente all’etica greco-arcaica, come moglie e madre amorevole. Nel testo sofocleo infatti, l’unione con Edipo è caratterizzata da gioia e comprensione ed è segnata da devozione reciproca, affetto e stima. Una felicità, quella della nuova vita coniugale, che le sembrava negata durante il matrimonio precedente con Laio. Il vecchio re di Tebe infatti non ha mai giaciuto con Giocasta e non solo per la maledizione che incombe sul suo capo, ma anche per via della sua sessualità deviata. Non si cura di lei, la lascia sola, senza la possibilità di colmare il vuoto di affetto con la maternità. Giocasta però è succube del marito, e per compiacerlo arriva addirittura a consegnare personalmente il figlio (concepito in una notte di ebbrezza) al servo affinché lo uccida, perché si adempisse il desiderio dello sposo. Il resto lo conosciamo tutti.
Michela Lucenti, capofila della formazione di danzatori-attori denominata Balletto Civile, artista dalla grande sensibilità, flusso incessante di energia che si propaga attraverso il suo corpo, la sua voce e i suoi magnetici occhi neri, nel suo spettacolo Giocasta presentato al Teatro della Tosse sabato 8 novembre alle 20,30 alla Sala Campana, ci consegna il personaggio mitologico trasformandolo in una donna inserita in un contesto storico che possiamo individuare tra gli anni Cinquanta-Sessanta del secolo scorso, quelli del boom economico in cui le case erano oramai tutte provviste di telefono, frullatore, lavatrice e TV. La sua Giocasta però non la si può certo omologare alle mamme di famiglia di quei tempi in quanto protagonista di una tensione poetica che emerge di fronte al dramma dell’amore, nella sua forma più pura e nella sua assoluta, tragica prevedibilità.
In una scena scarna, buia, con pochi oggetti tinti di rosso, è il suo linguaggio fisico ad accompagnare il pubblico alla narrazione della tragedia di Edipo. Danza certo, ma soprattutto usa la voce che diventa strumento musicale, canto dissonante come dissonante è l’evento che fa crollare tutta la sua vita: la rivelazione. Il presente tragico la butta in un baratro da cui non si può risalire, in cui esce fuori la storia di un amore impossibile tra una donna matura e il giovane marito. Anche lui, Edipo, interpretato dal bravissimo musicista Thybaud Monterisi è presente sulla scena. Subito mentre giace ancora con lei e poi dietro un tulle che lo presenta oramai lontano e irraggiungibile. I suoi interventi sonori interrogano la moglie-madre e si insinuano come presagi dolorosi, costringendo la donna a parlare e a svelarsi sempre più alla cornetta di un telefono (anch’esso rosso).
Ma la Giocasta di Lucenti non si sente in colpa, l’amore vero riscatta tutte le colpe. L’amore di Giocasta è puro, senza macchia. È questo che la sostiene fino alla fine, è questo che le fa proporre al marito di fuggire via da Tebe coi figli per andare lontano da quella verità che fa male. Ma questo non accadrà malgrado il vestito di lustrini con cui si agghinda per rendersi ancora più attraente. Il tempo passerà inesorabile come segna l’orologio che Lucenti porta sul viso mentre danza con passi frammentati e volutamente antiarmonici. Il suo Edipo è oramai lontano chiuso in un cesso di un’autostrada. Canta straziato testi spiazzanti suonati per terra con la sua chitarra elettrica che fa uso del distorsore. Edipo è un interlocutore sonoro più che mai vibrante.
Lui e lei: due presenze che non si vedono, il cui legame è ancora forte, carnale, e che palpitano nella stessa struttura, il palcoscenico. Perfetto il rituale creato dalle luci di Stefano Mazzanti che fendono lo spazio con tagli netti, che non hanno nulla di ornamentale. I due corpi raggiungono così una tridimensionalità scultorea che ci riporta appunto all’antica Grecia e al mito.
Lo spettacolo è una produzione Balletto Civile – Emilia Romagna Teatro ERT / Teatro Nazionale.
Francesca Camponero
[Tutte le foto sono di Andrea Macchia]

