La gioventù bruciata di To rave

Sono in diciotto ragazzi, tre professionisti (Teresa Priano, Maela Raffetto e Giulio Venturini) e quindici giovanissimi del laboratorio L’età del fuoco (Cecilia Bettuzzi, Marianna Botticella, Lorenzo Oleg Bruno, Roger Casulli Buonasorte, Emma Croce, Lorenzo Dellacasa, Giada Fossati, Elia Marchetti, Anthony Muhaj, Pietro Muzzini, Emma Perre, Rubina Perrotta, Samuele Piscioneri, Margherita Spalla, Anita Torazza) gli interpreti di  “To rave”, progetto che il teatro Nazionale di Genova ha  voluto dedicare agli adolescenti. Uno spettacolo che porta la firma di Elena Dragonetti con le coreografie di Serena Loprevite, in programma alla Sala Mercato del Teatro Modena di Genova giovedì 7 e venerdì 8 maggio 2026. Uno spettacolo per lo più di danza (se così si può dire) ma che in realtà è una performance tra movimento, parola e video. Insomma quello che va tanto in voga oggi, ma che alla fine non è né carne né pesce.

Per carità l’idea era buona, ovvero quella di  mostrare quello che può accadere tra i giovani quando partecipando ad un raduno di musica senza freno, sono tutti esaltati sotto le luci stroboscopiche e le martellate implacabili della techno. Non ci vuole molto a capire che tutto ciò porta  inevitabilmente a quegli eccessi  che spesso sfociano in violenze di ogni tipo. Ed ecco che nella scarna scenografia di Anna Varaldo in cui campeggia un muro disegnato a mattoncini con a lato una macchina sfasciata si assiste ad una scena di bullismo, un’altra di violenza verso una ragazza, fino al tragico epilogo: una bella coltellata che arriva all’improvviso senza un vero perché.

Ma non basta questo rave porta anche a confessare l’inconfessabile: c’è chi non si riconosce nel proprio corpo, chi dà libero sfogo alla propria omosessualità, e via dicendo. Insomma un calderone di emozioni in cui l’unica cosa apprezzabile è la fisicità potente e ipnotica dei diciotto ragazzi, tutti bravissimi, che si scatena nelle coreografie di gruppo e ben calibrate di Serena Loprevite. Sorge spontaneo dunque  chiedersi il perché delle parole (se pur non molte) e dei video quando, come sempre,  la danza è più che sufficiente? Tutta l’alienazione di questa generazione, di quell’adolescenza che nessuno ha mai saputo gestire e che è un passaggio obbligato per ogni uomo o donna, sta lì nella pulsione del corpo. Non c’è bisogno di parole quando parla il corpo, quando la gestualità è così forte da saper narrare qualunque sentimento dalla felicità, all’ansia, paura e  dolore. Tutto il resto è superfluo.

Non è il caso che alla fine i ragazzi gridino uno alla volta quanto amano i genitori anche se non li capiscono o non si sono fatti da loro capire, questo è implicito e in quello che alla fine sembra essere un suicidio di massa, suona assai stonato.

Francesca Camponero

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