Intervista a Pablo Girolami dopo il debutto a Biennale Danza
Il Festival Internazionale di Danza Contemporanea della Biennale di Venezia, arrivato alla sua 19esima edizione, si è concluso sabato 2 agosto, chiudendo con successo in quanto ha registrato 21.043 presenze, ovvero +18% rispetto alla scorsa edizione. Interessante è che la crescita riguarda la presenza dei giovani: 26% in più rispetto al 2024 composto da studenti e under 26. Wayne McGregor, ancora vincitore dunque! Grazie a lui infatti quest’anno sono arrivati in laguna oltre 160 artisti presentando 8 prime mondiali, 7 europee, 5 italiane.
Tra le novità interessanti Sisifo felice dittico ad opera di Philippe Kratz & Pablo Girolami. Vincitrice del bando ufficiale della Biennale, la produzione è stata presentata in prima assoluta al Teatro alle Tese all’Arsenale giovedì 31 luglio e venerdì 1 agosto. Il brano, su musiche di Anna von Hausswolff, Maxime Denuc con live music mix di Vermouth Gassosa, ha evidenziato due modi diversi di fare danza, connessi però dall’idea comune di esplorare l’assurdità dell’esistenza, ispirandosi alla celebre frase di Camus: “Bisogna immaginare Sisifo felice”.
Per sapere di più sul lavoro fatto per la costruzione di questo spettacolo abbiamo intervistato Pablo Girolami, fondatore della compagnia House of IVONA.
Quando hai saputo di essere stato premiato con Kratz per questa partecipazione a Biennale Danza?
A dicembre 2024 quando sono stati pubblicati i risultati del bando.
Il progetto era già nato assieme assieme al balletto di Toscana o lo avevi in mente da solo?
In realtà è stato Philippe a contattarmi inizialmente, parlandomi di questa idea e del desiderio di coinvolgermi nel progetto. La proposta mi ha subito colpito, il mito di Sisifo è molto in linea con la mia ricerca (resilienza, mineralizzazione della montagna…). Da lì abbiamo iniziato a lavorare insieme sul materiale per il bando della Biennale, che poi abbiamo vinto. Il progetto è nato così, in un dialogo: l’idea non era mia in origine, ma l’abbiamo fatta crescere insieme, in modo molto concreto e condiviso, lavorando spalla a spalla fin dall’inizio.
Sisifo personaggio della mitologia, condannato nell’oltretomba a far rotolare eternamente sulla china di una collina un macigno che, una volta spinto sulla cima, ricade sempre giù in basso perché dovrebbe essere “felice” come dice il titolo della performance?
Per me, Sìsifo è felice perché accetta la sua condizione. Non la subisce passivamente, ma la affronta con una sorta di sfida attiva. Accende questa condanna eterna, ne fa qualcosa di suo. Quello che mi affascina di più è l’idea che, proprio nella sua felicità, ci sia una provocazione verso gli dei. È come se dicesse: “Mi avete condannato, ma non mi avete sconfitto”. Lo immagino che si gira verso di loro, con il macigno sulle spalle, e sorride. Un sorriso di sfida, ma anche di dignità. E questo lo rende potente, quasi invincibile, perché è lui a decidere come vivere la sua condanna. In questo senso, sì, è felice.
Quanto è durato il lavoro di costruzione del dittico?
Il lavoro si è sviluppato nell’arco di poco più di due mesi. In un primo periodo ho lavorato da solo con la compagnia, poi si è unito Philippe. Durante tutto il percorso ci siamo sempre confrontati: tante chiacchierate, scambi di idee, visioni, riflessioni sul processo. Ci capitava di essere presenti in modalità più passiva, per osservare, ascoltare, sbirciare il lavoro in corso l’uno dell’altro. Verso la fine ci siamo trovati veramente insieme, con tutta la compagnia, per costruire una serata che fosse unica. Non volevamo un dittico nel senso classico, con due pezzi distinti, l’obiettivo era creare un’esperienza unitaria, pur partendo da due opere indipendenti. E così abbiamo cercato di fare.
Quindi i due brani non sono separati?
Come ho già detto si tratta di due brani indipendenti, ma non li definirei separati. Hanno identità distinte, certo, ma si completano a vicenda. È come se avessero bisogno l’uno dell’altro per esistere pienamente in questo contesto. Insieme danno vita a un unico viaggio, a una serata che non è la somma di due parti, ma un’esperienza unica, continua, costruita a due voci.
Puoi descrivere brevemente il tuo lavoro coi danzatori per questa occasione?
Il lavoro è iniziato con dieci giorni di laboratorio, durante i quali abbiamo costruito una base fisica molto semplice: un loop di movimento, una ripetizione da destra a sinistra, destra a sinistra. A partire da questa struttura abbiamo creato delle variazioni, come scale di qualità, forza, angolazione. Così è nato un lessico condiviso, che abbiamo sviluppato insieme. Da lì siamo passati a un lavoro più collettivo: abbiamo cercato di immaginare cosa significhi condividere il peso di questa pietra, come gruppo. Se la felicità può esistere non solo nell’individuo, ma anche in uno slancio collettivo. La composizione si è sviluppata passo dopo passo con i danzatori, senza mai perdere le loro personalità. Per me è fondamentale che ogni interprete mantenga la propria libertà di interpretazione e unicità all’interno della ricerca.
Come ti sei trovato a collaborare con Philippe Kratz?
Direi benissimo. Philippe è una persona dolcissima e un artista che ho sempre stimato molto, quindi per me era davvero la persona ideale con cui condividere un progetto di questo tipo. Non avevo mai co-creato una serata con qualcun altro prima d’ora, e lui si è rivelato un partner perfetto: molto all’ascolto, sensibile, stimolante sia nelle conversazioni che nelle sue visioni, non solo sul piano del movimento ma anche rispetto ai temi filosofici legati al mito di Sisifo, al teatro dell’assurdo e alla filosofia esistenzialista. Collaborare con un altro giovane direttore artistico come lui è stato prezioso anche oltre la creazione. Ci siamo confrontati su tanti aspetti della leadership, su come portare avanti una compagnia, e si è creato un bel supporto reciproco. Una delle cose che mi rende più felice è che oggi posso contare su Philippe non solo come collega, ma anche come amico. E questo, per me, è un valore enorme.
Le vostre idee coreografiche sono state qualche volta contrastanti o invece siete andati avanti sempre di comune accordo?
Sì, certo, ci sono stati momenti in cui le nostre idee erano contrastanti, com’è naturale in un processo di co-creazione. Ma tutto si è svolto in modo molto comunicativo e rispettoso. C’è stato tanto ascolto reciproco, una grande sensibilità nell’accogliere il punto di vista dell’altro. Spesso abbiamo provato più versioni della stessa idea, confrontandoci senza fretta, per poi arrivare insieme a una sintesi che ci rappresentasse entrambi. In un lavoro condiviso le negoziazioni artistiche di scelte, decisioni… fanno parte del processo, ma credo che siamo riusciti sempre a mettere da parte i nostri ego per fare scelte che fossero al servizio del progetto. Questo approccio ha reso il lavoro non solo più ricco, ma anche molto umano.
La tua partecipazione come DJ dal vivo nello spettacolo ha escluso per forza la tua presenza come danzatore. Ti è pesata questa rinuncia? Questo vuol dire che non danzerai o farai ambo le cose?
In scena c’erano i danzatori del Nuovo Balletto di Toscana, e va benissimo. Io durante il mio brano, ero presente in regia, dove ho appunto curato un DJ set dal vivo. Mi piace lavorare con l’imprevedibilità: i danzatori ad esempio non conoscevano esattamente le tracce che avrei usato, e ogni serata ha avuto un viaggio sonoro diverso. Questo crea una relazione molto viva e spontanea tra il suono e il movimento. Per me è importante che l’interpretazione sia onesta, non costruita su momenti musicali fissati in anticipo. Il ritmo, il beat, la musica hanno un ruolo centrale, ma proprio per questo voglio che la risposta dei corpi sia fluida, reattiva, sempre un po’ sorprendente — anche per chi è in scena.
Pensi che questo lancio in Biennale possa dare inizio ad una collaborazione duratura con Kratz e il Balletto di Toscana?
Preferisco non avere aspettative. – chi vivrà, vedrà.
La Redazione di InformaDanza

