Il grande balletto di Walt Disney

Chi non ha visto o non conosce il film di Walt Disney “Fantasia”! In questo film del lontano 1940 la danza abbonda. Le danze animate sono sei, basate sui balletti della suite dello “Schiaccianoci”. Lo spirito dell’episodio aderisce alla matrice romantica nell’evocazione di un cosmo naturale seducente e senziente, traboccante di fate, fiori, piante, pesci, funghi, stagioni che danzano. Contiene una “danza russa” (cardi e orchidee), una “danza araba” (le pescioline) e una delle sequenze animate più celebri della storia, la “danza cinese” con i piccoli funghi. La “danza cinese” fu aggiunta su richiesta espressa di Walt Disney a partire da un bozzetto lasciato da parte, mentre l’idea per la “danza russa” venne in mente ai disegnatori osservando alcuni cardi nel parcheggio degli studios. La suite è senza dubbio l’episodio più avulso e poetico del film. L’approccio sinestesico raggiunge qui una raffinatezza mai più eguagliata, specialmente nel segmento finale “Il valzer dei fiori,” dove il ritmo autunnale di arpeggi, fagotti e flauti si sposa perfettamente con la doratura, i volteggi e la caduta delle foglie.

“L’Apprendista Stregone”

Un altro pezzo forte del film è “L’apprendista stregone” di P. Dukas. L’ opera di Dukas si ispirava a un poema di Goethe, a sua volta preso da un racconto di Luciano di Samosata, a sua volta sentito chissà dove. “L’apprendista stregone” segna l’inizio della collaborazione tra Disney e Stokowski (1938). Per l’occasione l’animatore Fred Moore ridisegna Topolino, dotandolo per la prima volta di un paio di pupille. Secondo Willis (1987), la relazione apprendista/stregone esemplifica il rapporto schiavo/padrone nelle logiche di produzione capitaliste, mentre l’incantesimo simboleggia il dominio tecnologico che trasforma la manodopera in un proletariato robotico. Indubbiamente salta all’occhio che l’episodio altro non è che una satira del dispotismo aziendale se consideriamo che Yensid, il nome dello stregone, è l’esatto contrario di “Disney.” Meraviglioso il ballo delle scope che si moltiplicano all’infinito buttando nel panico il povero Topolino.

“La Danza delle Ore”

Nella “La danza delle ore” troviamo la danza a tutti gli effetti, anche se ad interpretare il noto balletto all’interno de La Gioconda di Ponchielli sono gli animali. Il modello disneyano infatti ripropone tutto in chiave parodica. La danza è divisa in quattro parti: struzzi al mattino, ippopotami nel pomeriggio, elefanti al crepuscolo, alligatori di notte. Coreografie e colori seguono lo schema: al mattino passi slanciati e tinte algide, nel pomeriggio colori vividi e danze dondolanti, al crepuscolo tinte sfumate e piroette, di notte forti contrasti e le movenze sinuose e ficcanti degli alligatori. La prima ballerina struzzo, mademoiselle Upanova, è un omaggio a Irina Baronova, che eseguì davanti ai disegnatori le cinque posizioni di base del balletto classico vestita di piume di struzzo. L’ippopotamo Giacinta posa come la Maya desnuda, Ben Ali Gator è un incrocio tra Saladino e Casanova, l’étoile Elephancine allude al coreografo e danzatore georgiano George Balanchine. La mole di elefantesse e ippopotami accentua l’aspetto comico della sequenza, pervasa di un’ironica leggerezza illustrata musicalmente sia mediante l’uso di fraseggi veloci di arpa clarinetti o violini sia attraverso ritmiche figurazioni attribuite a corni o fagotti, dal timbro più scuro.

Ecco dunque che si può affermare come la musica sia un po’ l’anima del cartone e il cinema d’animazione sia costruito come un balletto.

Francesca Camponero

[In alto “La danza delle Ore”, da Famtasia di Walt Disney]

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