Storia di danza e carcere

In assenza delle star del balletto e delle tournée delle compagnie di danza causa covid-19, Tersicore si mostra comunque attraverso le sue infinite sfaccettature. In questi giorni sta incuriosendo e commuovendo l’opinione pubblica e la critica una storia di danza e carcere, attraverso l’esperienza della coreografa e direttrice artistica del Balletto di Banevento Carmen Castiello. Un progetto trimestrale di recupero che ha visto la propria luce nella casa circondariale beneventana grazie allo sforzo congiunto della Questura sannita e dell’artista che qui racconta uno stralcio dell’esperienza e delle proprie emozioni. Un lavoro che ha coinvolto sei detenute, quattro ballerine professioniste e lei, Carmen Castiello, capace di intercettare le istanze delle protagoniste in scena e del suo stesso cuore, quanto mai intensamente preso dalle storie di ciascuna e della comunità.

Carmen Castiello

Le sensazioni che provo quando danzo ed ascolto sono: chiudo gli occhi e sento il mio corpo ondeggiare e ricordo quando io e mia sorella da piccole ballavamo… le nostre risate! Per pochi minuti mi sento nel mio paese e sento il mare e con la mente sono lì.

Queste sono le parole di Ines, una delle sei detenute impegnate nel percorso di recupero. Una tunisina di trentaquattro anni che ha colpito così tanto Carmen Castiello da aver custodito nel proprio cuore ogni singola parola dei suoi pensieri più ricorrenti.

Fino a quando poi la stessa coreografa ha scritto tutto quello che ha potuto per imprimere a quell’esperienza trimestrale un ricordo indelebile: iniziavamo a lavorare solo sull’ascolto della musica, poi dei rumori e suoni “dimenticati” come il mare ed il vento, i ricordi e la malinconia, un percorso attraverso il quale svanivano i nostri confini per dare spazio ad un viaggio in cui affiorava la paura di dimenticare la vita ed essere dimenticate. La paura di dimenticare ed essere dimenticate mi lasciava una profonda angoscia! Lo spazio della reclusione, del castigo e della riflessione, uno spazio ristretto nella possibilità di svolgere esperienze, dove la percezione del tempo si estende a tal punto da non coincidere più con il tempo reale. L’esperienza della danza attraverso il laboratorio del movimento e della musica dava loro immediatamente la possibilità di appropriarsi di uno spazio interiore e di liberarsi, approdando ad una sensazione di libertà. Nei nostri incontri nel loro raccontarsi, affiorava continuamente la paura di dimenticare il volto dei propri cari, il mare, il vento e gli odori della vita. Così attraverso i suoni  cercavamo suggestioni ed alla sofferenza seguivano abbracci e condivisioni, momenti di dolore e felicità.

Antonella, Patrizia, Ines, Marianna, Marinella e Lina sono le sei donne che Carmen Castiello ha incrociato nella sua storia e a cui ha voluto offrire la dignità artistica a sostegno del proprio benessere.

Una storia incredibile che l’ha cambiata: dopo un mese circa di laboratorio interpretavano i loro gesti con molta consapevolezza e cominciammo a raccogliere idee, impressioni e sensazioni per un racconto coreografico che partiva dalle loro scritture di fine laboratorio. Racconti che parlavano di separazioni da figli, amori e famiglie in un passato che si fondeva al presente. E la paura del futuro che era, in realtà, la paura di non avere un futuro! Lavorammo intensamente ed ininterrottamente, sostenute dalla presenza delle quattro danzatrici volontarie della Compagnia Balletto di Benevento Odette e Giselle Marucci, Ilaria Mandato e Lucrezia Delli Veneri. I loro movimenti si amalgamavano e diventavano un corpo solo per la loro capacità di mettersi in gioco, di comprendersi grazie alla musica dell’Orchestra cosicché i loro volti diventavano più distesi, sembravano riappropriarsi della propria femminilità. “Oblivion” era il titolo della performance, titolo introspettivo e struggente che si riallacciava al concetto della paura di dimenticare ed essere dimenticati da chi e da dove eravamo partite. Un pensiero triste che si trasforma in danza: riuscire a fondere un sentimento profondo, dolce e triste con l’istintualità della danza per potersi ritrovare. Dopo circa tre mesi dall’inizio del nostro lavoro, abbiamo portato in scena la nostra esperienza in occasione di una grande manifestazione organizzata dalla Questura di Benevento, nell’Auditorium Sant’Agostino con la presenza dell’Orchestra.

Un lavoro di inestimabile valore affettivo, mutuato dall’esperienza tratta dal film “Le ali della libertà” del 1994 scritto e diretto da Frank Darabont e dal protocollo del carcere di massima sicurezza filippino di Cebu. Un’operazione realizzata dal collettivo di Detenzione e Centro di Riabilitazione (CPDRC) dove Byron F. Garcia, il consigliere per la sicurezza ufficiale al governo di Cebu, crea questo programma di routine riabilitativa attraverso lo studio quotidiano di coreografie che partendo da 967 detenuti sono arrivati successivamente 1500!

Massimiliano Craus

[Nella foto in alto, Odette Marucci]

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