Finisce il Festival di Nervi, ma da Polunin ci si aspettava di più

E ieri sera si è andata a chidere questa edizione del Festival Internazionale di Nervi che indiscutibilmente ha portato molto pubblico ai Parchi facendoli rivivere come succedeva anni fa. Il palcoscenico non era quello magico creato per la danza negli anni’50 e questo lo si è detto già la prima sera appena lo si è visto, ma la cosa più grave e penalizzante era il posizionamento delle sedie in platea, da alcune delle quali era impossibile vedere qualcosa o perché troppo laterali o perché, come per l’intero secondo settore, invece che essere in discesa a favore del palcoscenico lo erano in senso contrario. Tanta gente si è dovuta alzare dai propri posti, soprattutto quando era di scena la danza, e trovarsi posto alternativo, se c’era. Cosa non facile ieri sera, in cui per altro la compagnia di Polunin non aveva neanche concesso l’uso dei grossi schermi laterali e quindi tanti spettatori sono dovuti avanzare e stare in piedi per vedere il balletto.

Insomma successo del Festival sì, ma si può fare assolutamente di meglio per la prossima edizione. E se di meglio dovrà fare l’organizzazione la prossima estate, di meglio ci auguriamo che faccia Sergei Polunin a Verona il prossimo 26 agosto perchè quanto si è visto ieri sera è stato piutosto deludente sia per chi di danza ne sa, ma anche per i profani. Il giudizio finale dopo le spettacolo era unanime: ”Ha ballato poco… pensavamo facesse di più e meglio”. Come non dare ragione a quelle voci sentite lungo il viale verso l’ uscita.?

Polunin, la grande attesa di tutto il festival non ha convinto, anche se personalmente la cosa non mi ha stupita più di tanto. Il personaggio che si è creato (o che gli hanno creato) quello del “bad boy” del balletto per via dei suoi tatuaggi e dell’uso di droghe, non può certo garantire la resa perfetta che troviamo in quei professionisti che non sgarrano mai. A cominciare da Roberto Bolle che pur a 44 anni ieri sera avrebbe dato il bianco a Polunin per pulizia dei movimenti e prestazione generale. Il “James Dean della danza”, il “ribelle tatuato”, “la bestia aggraziata” e chi più ne ha più ne metta, ci ha regalato le sue capacità attoriali, questo sì, ma di danza ne ha fatta poca e quel poco sembrava anche buttato lì.

Nel primo atto dal titolo Fraudoulent Smile, firmato da Ross Freddie Ray su musiche del trio polacco Lezmer Kroke, l’etoile ucraina condivide la scena con nove danzatori coi volti bianchi come mimi francesi. Il gruppo ha un non so che di sinistro perché in loro vi è un crescere maligno che li fa sembrare prima marionette isteriche, poi zombie, ed infine diventano come ombre umane ridotte a puro simbolo su una scena desolatamente vuota. Un balletto comunque interessante in cui però il ruolo di Polunin non spicca molto rispetto al corpo di ballo ed al suo partner maschile, per altro molto bravo.

Il secondo atto invece vede Sergei protagonista assoluto ed il brano da lui interpretato è interamente dedicato all’esecuzione del drammatico solo Sacré, ispirato alla parabola artistica e umana del leggendario Vaslav Nijinskij. Il ballerino si muove dentro un cerchio di foglie secche danzando sulle note de La sagra della primavera di Igor Stravinskij. La coreografia che lui stesso ha creato assieme a Yuka Oishi, va ad esplorare il complesso personaggio di Nijinskij, il famoso danzatore della Compagnia di Diaghilev che iniziò troppo presto a mostrare i segni di squilibrio che nel 1919 lo costrinsero a porre fine alla sua breve ma ineguagliata carriera. Polunin recita bene la parte del tormentato Nijinskij, ma il suo muoversi all’interno di quel cerchio che simboleggia una gabbia senza molti momenti di punta di danza, rende il brano monotono e noioso. Un vero peccato perchè sappiamo tutti che l’artista potrebbe fare molto di più se solo lo volesse.

Francesca Camponero

[Foto dello Studio Leoni gentilmente trasmesse dall’Ufficio Stampa del Festival]

 

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