Colori accesi come gli applausi per il debutto di Un Americano a Parigi al Carlo Felice

Teatro pieno l’altra sera per l’apertura di stagione del Carlo Felice con la versione di Un americano a Parigi firmata Federico Bellone. Uno spettacolo arrivato direttamente dallo Chatelet di Parigi dove aveva debuttato nel 2014 e presentato qui a Genova con dialoghi in italiano e canzoni in inglese.

La serata è iniziata con un minuto di silenzio in ricordo delle vittime del ponte Morandi, un invito doveroso dalla voce fuori campo del Sovrintendente Roi, considerando anche che fra gli ospiti, oltre a Sindaco e Presidente della Regione, vi era anche la Presidente del Senato Maria Elisabetta Casellati.

Il sipario si apre su una scenografia scarna in cui domina in fondo palco una grossa cornice dorata dentro la quale cambiano continuamente le immagini dei quadri più famosi di Monet, Degas, Utrillo e via dicendo che vorrebbero sempre più immergere lo spettatore nel clima parigino. Entra per primo il personaggio di Adam Cook, pianista ed ex militare che rievoca la storia dell’amico e compagno d’armi Jerry Mulligam, una storia d’amore piena di intrighi che poi giunge a buon fine.

La narrazione lavora sulle potenzialità del palcoscenico circolare che consente continui cambi di scena, ma tutto questo resta povero a livello scenografico (forse perché il palco del Caro Felice è sovradimensionato per quanto allestito da altre parti) e quindi l’effetto non è esauriente. Del resto non era facile neanche per uno specialista nel genere come Bellone avvicinarsi al celebre film di Vincent Minnelli con Gene Kelly e Leslie Caron! E purtroppo neanche i protagonisti di questo musical hanno il carisma dei due attori americani ancora vivi nel ricordo del pubblico (per lo più di over fifty). Giuseppe Verzicco (Jerry), Marta Melchiorre (Lise), Simone Leonardi (Henri), Tiziano Edini (Adam) e Alice Mistroni (Milo) hanno fatto il loro, ma non c’era alcun trasporto né da un punto di vista recitativo, né vocale, per non parlare della danza… Tutto tiepido e poco colorato se non dalle luci dai rossi e blu troppo accessi che, invece che le atmosfere parigine, ricordavano quelle di una discoteca anni’80. Fino ad arrivare all’apoteosi del Kitsch con un enorme copia della statua della libertà dipinta coi colori della bandiera francese.

Per fortuna c’è la musica dal vivo, e se anche si può avere qualche perplessità sulla lettura musicale del direttore Daniel Smith, eccessivamente sonora in qualche punto, beh, l’orchestra è stata in grado di farci riascoltare le note di Gershwin con vero piacere.

Ma alla fine la verità è questa: al pubblico genovese lo spettacolo è piaciuto, sì, senza ombra di dubbio, perché gli applausi al termine sono stati calorosi ed entusiasti, il che dimostra che qualcosa è cambiato nei gusti della gente che anche dal Carlo Felice non si aspetta di più. Un peccato? Chi lo sa… il mondo va mutando, l’arte è sempre meno arte e con lei le forme spettacolari che si avvicinano sempre più a quanto propongono i programmi televisivi di oggi. Pazienza, l’importante è riempire i teatri in crisi e da questo punto di vista certo il Carlo felice non si può lamentare per il risultato dell’altra sera.

Francesca Camponero

[Tutte le fotografie di questo articolo sono di Giuliana Marangoni]

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