Tanta simbologia mista a surrealismo ne L’esecuzione di Vittorio Franceschi

Dopo la nostra prima escursione nel mondo dell’opera, ecco il primo contributo, sempre a firma di Francesca Camponero, relativo al teatro di prosa. Siamo ancora in fase sperimentale, non sappiamo ancora bene come collocare questi “viaggi in un universo parallelo” rispetto alla danza nel nostro portale, ma crediamo di aver imboccato una strada interessante e, probabilmente, corretta, visto che ormai da anni ci dedichiamo alla promozione delle arti performative. Nei prossimi giorni il nostro viaggio in questo “universo parallelo” proseguirà con altre sorprese che speriamo gradite.

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Il sipario si apre su un uomo immobilizzato su una sedia, è lagato, sugli occhi ha una benda sanguinolenta che fa capire che dietro non ci sono più occhi, ma non basta, anche le mani sono coperte da bende, perchè al loro posto stanno due moncherini. Una scena agghiacciante e violenta che butta lo spettatore in un voluto disagio. Quell’uomo è Vittorio Franceschi, autore e interprete di un testo intitolato L’esecuzione, scritto una decina di anni fa.

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Vittorio Franceschi

Il protagonista è un soldato che aspetta la morte, un disertore, da quello che ci dice lui stesso, ma da quale esercito o guerra abbia disertato non si capisce perchè il racconto non è inserito in un contesto temporale. Potrebbe trattarsi di un’era postatomica  in cui non esistono più nulla di bello, né libri, né fiammiferi, né fiori, né valori, un’epoca in cui non esiste più neppure l’innocenza dei bambini, che invece sono diventati  carnefici senza scrupoli. Sono stati infatti proprio loro ad accecare il protagonista e dopo a mozzargli le mani.

Il malcapitato è in un luogo lugubre semidistrutto e con lui, sin dal primo momento, vi è una donna, la sua guardiana, con cui trascorrerà il tempo fino all’esecuzione finale. Questa donna, interpretata  sapientemente da Laura Curino, è portatrice di racconti antichissimi, conosce la storia di quel luogo che ora è prigione, ma che un tempo è stato il «postribolo» dei popoli. Lei è l’occhio del mondo e accanto al cieco diventa anche gli occhi di lui.

set_esecuzione_030E così in un delirio di ricordi da parte dell’uno e dell’altra che altro non sono se non metafore con le quali l’autore misura la propria fantasia, la storia (se così si può definire) va avanti come in un labirinto di citazoni, simboli che evocano la bibbia ed i grandi poemi epici.

Il tempo scorre, ma la guardiana forse vorrebbe fermarlo per questo sposta le lancette di un orologio cucù. Se ne deduce quindi che è proprio lei che deciderà quando sarà l’ora per morire per quell’uomo che le è simpatico ed a cui comincia anche a volere bene. Infatti si prende cura di lui, anche se con nonchalance, raccontandogli anche suoi fatti intimi come di quando fu stuprata dai soldati e di quel figlio morto a cui non era stata capace di voler bene e di quello acquisito che forse è proprio uno dei carnefici del disertore.

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Laura Curino (foto di Luca Bolognese)

Nel deserto di un’anima che non c’è, dove piccoli spiragli di sole e di speranza lottano contro il buio, la desolazione e la violenza la fanno da padrone senza una speranza di cambiamento. Un testo dalla visione senz’altro pessimista tanto sull’uomo quanto sul mondo intero dove solo la dolcezza dei ricordi regala un po’ di pace e sollievo.

La produzione dello spettacolo è di Ert e Teatro Stabile di Genova, mentre la regia porta la firma di Marco Sciaccaluga. Bravi i due attori sul palco, ottimi gli effetti luce di Vincenzo Bonaffini, come assolutamente appropriate ed evocative sono le musiche di Andrea Nicolini.

In scena al teatro Duse di Genova fino a domenica 5 novembre.

Francesca Camponero

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