L’indimenticabile sorriso di Claudio Abbado

InformaDanza si occupa di danza, ma, quando si tratta di personaggi così importanti sulla scena culturale italiana, si possono fare delle eccezioni. Inoltre, il protagonista di questo contributo di Francesca Camponero era, per i suoi indiscutibili meriti artistici, senatore a vita e, in quanto tale, avrebbe potuto portare la voce del mondo dell’arte all’interno del Parlamento. Nei diversi festival di cui si è occupato in qualità di direttore artistico, inoltre, ci risulta che, laddove possibile, abbia sempre dato grande spazio al balletto e alla danza in generale. Per queste ragioni abbiamo quindi deciso di dedicare un poco di spazio alla sua memoria.

NdR

Il 26 giugno 2017 Claudio Abbado avrebbe compiuto 84 anni se fosse sopravvissuto alla brutta malattia che l’ha portato via, anzi, che ce l’ha portato via. Claudio Abbado, nato a Milano il 26 giugno 1933, lo sappiamo tutti, è stato uno dei più grandi direttori d’orchestra di tutti i tempi, il sesto, dopo Kleiber, Bernstein, Von Karajan, Toscanini e Furtwängler, secondo il sondaggio tra cento famosi direttori d’orchestra pubblicato dalla rivista Classic Voice nel dicembre 2011, ma soprattutto è stato un grande uomo.

Simpatico ma per davvero, amava i giovani e credeva in loro, ricordiamo che già nel 1972, furono inaugurati i Concerti per studenti e lavoratori, testimonianza della profonda volontà di Abbado di avvicinare alla lirica e alla classica anche le classi meno abbienti.

Abbado è stato capace di incantare le platee di tutto il mondo perchè era un antidivo. Come ha scritto il critico e storico dell’arte Marco Vallora, “basta leggere il suo gesto per capire che non vuole essere divo. Sta facendo musica tra amici, vuole non esibirsi, ma scoprire ogni volta qualcosa di nuovo”.

Io che ho avuto il piacere e l’onore di conoscerlo, lo voglio ricordare con un pagina del mio libro INCONTRI dedicata appunto al nostro incontro avvenuto al Teatro di Reggio Emilia 14 anni fa, nel  2003.

INCONTRI – Capitolo XVII – CLAUDIO ABBADO

L’arte come modello di libertà e l’uguaglianza contrapposta al divismo, questo era Claudio Abbado, il direttore d’orchestra tra i più grandi di tutti i tempi, per me senz’altro il più grande in assoluto.

E’ il 20 gennaio 2014, sono in macchina ascolto Isoradio come sempre quando prendo l’autostrada, alle 11 va in onda il telegiornale, lo apre una notizia che non mi aspettavo e che non avrei mai voluto sentire: ”Stamattina è morto il maestro Claudio Abbado, malato da tanti anni non ce l’ha fatta a sconfiggere la sua malattia”. I miei occhi si velano di lacrime come “quella” mattina alla stazione di Reggio Emilia.

Mi torna in mente quel sorriso, il cesto di banane e quella stretta di mano e sento una morsa al cuore. Questa volta purtroppo ho la certezza che non potrò rincontrare mai più il maestro… almeno su questa terra.

Ho sempre adorato quel suo modo di fare quando dirigeva, con quel sorriso sempre aperto e accattivante che lo faceva amare da tutti gli orchestrali, categoria non facile da accontentare e da cui farsi accettare. Quand’ero giovane e di conseguenza lo era anche il maestro, sognavo sempre di incontrarlo, magari quando prendevo parte in un un’opera come ballerina, per poter verificare di persona quel carisma che avevo capito essere in lui e che lo differenziava da altri, magari altrettanto noti, ma certo non così simpatici. Non c’è mai stata quell’occasione ai quei tempi e mi accontentavo di ammirarlo in televisione, in qualche registrazione RAI che lo faceva vedere prima in prova col suo maglione e la camicia sbottonata sul collo e poi in frac nero con la farfallina bianca sul collo la sera del concerto. Mi piacevano anche i suoi capelli lisci con quel ciuffo ribelle che ogni tanto mandava indietro con la mano e pensavo che dovevo assolutamente trovare il modo di conoscerlo. La vita insegna che se desideri tanto che una cosa accada, prima o poi l’occasione arriva, e così è stato anche riguardo il mio incontro con Claudio Abbado.

Era il febbraio 2003 e al Carlo Felice era in programma l’opera Salomè di Richard Strauss, il direttore di orchestra in quel caso era Stefan Anton Reck. Io come sempre mi sono recata alla prima dove ho incontrato l’amico Luigi Maio(capitolo XVI)che era in compagnia dell’assistente di Reck. Tra me e quest’assistente nacque subito una simpatia che ci portò a frequentarci per tutto il periodo in cui era in programma l’opera a Genova. Tra un discorso e l’altro Daniele(così si chiama questo maestro e anche lui direttore d’orchestra) mi raccontò anche di essere stato assistente di Claudio Abbado e questo mi fece subito drizzare le orecchie. Come immaginavo mi descrisse Abbado come una persona speciale da cui aveva imparato molto, soprattutto mi parlava affascinato di come il maestro muoveva le mani quando dirigeva. ”Quella mani sono una poesia, si muovono come una danza, il suo modo di tenere la bacchetta in mano è unico, e ha un effetto travolgente sui maestri dell’orchestra che trascina dove vuole come fosse il pifferaio di Hamelin ”. Lo ascoltavo con grande interesse e in me nasceva sempre più forte il desiderio di verificare dal vero quanto mi raccontava il nuovo amico. Come volevasi dimostrare arrivò l’occasione desiderata, a fine febbraio Claudio Abbado avrebbe diretto a Reggio Emilia, nel teatro di cui era direttore artistico il figlio Daniele (stesso nome di battesimo del mio amico), il Kindertotenlieder di Mahler e la Symphonie n°7 , op. 92 di Beethoven. “Hai voglia di venire con me a Reggio? – mi chiese Daniele – io vado, anche perché è un po’di tempo che non vedo Claudio ed ho proprio voglia di salutarlo”. Il maestro Abbado era reduce da un grave malattia e tutto il mondo era in ansia per la sua salute. Questo suo ritorno sul podio era attesissimo sotto tutti gli aspetti. “ Ma certo! – risposi io di getto – come potrei perdermi quest’occasione! Grazie mille! organizza pure tutto, io ci sono”.

E così fu, presi un treno per Reggio dove all’uscita della stazione immersa nella nebbia riconobbi la macchina del mio amico e di corsa si andò verso il teatro dove erano le prove del concerto. Piano piano, zitti zitti, attraversando i corridoi del teatro arrivammo al palco subito a destra del palcoscenico a cui ci aveva indirizzati la direzione. Lì ci siamo seduti in rispettoso silenzio ad ascoltare la musica. Claudio Abbado era sul podio esattamente come me lo ero immaginato, il suo sorriso nel viso scarno per la malattia non aveva perso di luce e la sua voce parlava con dolcezza in lingua tedesca, mentre si rivolgeva al soprano germanico. Io gli guardavo le mani, e in effetti non potevo che condividere quanto detto dal mio amico riguardo la loro grazia e nello stesso tempo forza che emanavano ad ogni movimento. La Mahler orchestra formata da giovani strumentisti tutti scelti rigorosamente dal maestro Abbado era straordinari nell’esecuzione della sinfonia, ma soprattutto nella simbiosi che col maestro aveva creato e che rendeva così completa e perfetta la partitura.

Alla fine della prova esortai il mio amico ad andare nel camerino di Abbado. Non vedevo l’ora di stringere quella mano. Arrivati alla porta con rammarico vidi che non eravamo i soli ad attendere di essere ricevuti. “Uffa – pensai- perché non spariscono tutti? Vorrei essere la sola a potergli parlare, a dirgli… ma cosa gli devo dire in realtà?…” non era facile spiegarlo né a lui né a me stessa, quello che volevo esprimere era solo un’emozione, intraducibile a parole. Allungando l’occhio all’interno del camerino vidi un grosso cesto di banane. Ce ne saranno state una cinquantina. “C’è chi riceve fiori, chi banane” pensai ingenuamente. Mi spiegarono dopo che le banane erano indispensabili al suo problema di salute allo stomaco e che non potevano mancargli. Dopo circa 5 minuti di attesa fu il nostro momento per entrare, il mio amico si complimentò con lui e finalmente gli presentò me. Il maestro si girò cordialmente regalandomi uno di quei sorrisi che avevo visto solo in tv e che ora diventava tutto mio fino in fondo. Non ricordo bene cosa gli dissi, ma evidentemente apprezzò l’entusiasmo e la verità del mio breve discorso tanto che mi prese la mano all’interno di tutte e due le sue e mi disse: ”Grazie davvero… La aspetto domani sera per la prima. Ci conto… a presto allora”.

La sera dopo non potevo fermarmi per la prima, non glielo dissi, non so perché, forse per non deludere la sua aspettativa o perché speravo succedesse qualcosa che mi trattenesse lì per cambiare i miei programmi. Non accadde nulla per fermarmi a Reggio ancora un giorno e alla stazione mentre aspettavo il treno che mi riportava a Genova mi venne da piangere come una bambina. Ma il mio non era tanto il dispiacere per non poter più riascoltare il concerto, ma la gioia di tornare a casa con la bellissima sensazione della mia mano fra quelle calde ed amiche del grande direttore.

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