“Amore”: tre quadri, tre impressioni diverse

Svelana Zakharova è una grandissima ballerina e questo lo sapevamo già. La tecnica è perfetta, il fisico è quello canonico. In lei forza e leggerezza si coniugano e sembra sempre sul punto di spiccare il volo. Volendo a tutti i costi trovare un aggettivo per definirla, viene in mente eterea. Una perfetta rappresentante della grande Scuola russa e un’icona del balletto, specie in Italia, dove è considerata una superstar.

Lo spettacolo, costruito appositamente per valorizzare le caratteristiche della grande ballerina russa, si compone di tre parti.

Francesca da Rimini

La prima, Francesca da Rimini è ispirata alla notissima vicenda di Paolo e Francesca raccontata da Dante nell’Inferno. Il coreografo Yuri Possokhov l’ha creata per il San Francisco Ballet nel 2012 su musiche di Chaikovski ed è tutta incentrata su un grandioso pas de deux, molto tecnico, con grandi lift e prese molto complesse che mettono in grande evidenza le lunghissime gambe della étoile, ma in sostanza piuttosto freddo. L’Amor ch’al cor gentile ratto s’apprende, l’Amor ch’a nullo amato amar perdona, per esser raccontato richiederebbe un grande trasporto emotivo, che Zakharova, nonostante il suo indubitabile carisma, non riesce a trasmettere. A metterci un po’ di pathos ci provano Mikhail Lobukhin e Denis Rodkin, i due ottimi solisti del Bolshoi che interpretano rispettivamente il ruolo di Gianciotto Malatesta (il marito) e di Paolo Malatesta (l’amante). Per il resto, sulla scena ci sono tre danzatori nel ruolo dei guardiani dell’inferno e cinque danzatrici che rappresentano le cortigiana (a proposito, perché cinque, numero sul quale è molto difficile comporre delle simmetrie?).

Dopo l’intervallo, si passa al contemporaneo con Rain Before it Falls di Patrick De Bana e Strokes through the Tail di Marguerite Donlon.

Rain Before it Falls

Rain Before it Falls è una coreografia totalmente astratta. Si tratta del rifacimento di Digital Love, un duetto creato e danzato dallo stesso De Bana (sempre in coppia con Zakharova) nel 2014. In questa nuova versione viene introdotto un terzo danzatore (dovrebbe trattarsi di Denis Savin, ma il materiale fornito dal teatro non ne fa menzione), che però ha un ruolo del tutto di contorno e fa di questo brano (se mi è concesso giocare un po’ con le parole) una sorta di pas de deux et demi. All’uscita del teatro ho scoperto che pochi, a differenza del sottoscritto, avevano apprezzato questo quadro coreografico. Nella conferenza stampa di sabato 2 luglio, Zakharova lo aveva definito come “amore filosofico”, ma non è questa l’impressione che ho ricavato. Piuttosto, mi ha ricordato un quadro di Fontana, con le coltellate inflitte alla tela rappresentate dai guizzi delle aperture di gambe e braccia della protagonista. Astrattismo puro e scelta dei colori azzeccata: uomini in nero e donna in viola, con grande contrasto e lampi di luce ogni volta che il tessuto scopriva la pelle chiarissima delle gambe della ballerina. Per associazione del tutto arbitraria e personale di idee, questa coreografia mi ha riportato alla mente la vicenda di Martha Graham conquistata dai colori senza forma delle opere di Kandinski.

Le musiche, registrate, sono di Johann Sebastian Bach, Carlos Pino-Quintana e Ottorino Respighi.

Dopo la tristezza di Francesca e l’introspezione di De Bana, finalmente un po’ di allegria con l’ironico (e iconico) balletto di Marguerite Donlon, Strokes through the Tail (v. fotografia in alto). Qui si gioca e si ironizza con la stupidità dei comportamenti degli innamorati, che smettono di essere se stessi e si travestono per meglio risaltare agli occhi dell’oggetto delle proprie attenzioni, fino ad arrivare a somigliare a paperelle senz’anima e dai comportamenti stereotipati. Il balletto venne creato per la Hubbard Street Dance Company di Chicago nel 2005 sulla famosissima sinfonia n. 40 di Mozart in Sol minore K 550. L’orchestra del Carlo Felice, diretta da Pavel Sorokin, è tornata nella buca e inizia a eseguire la musica composta nel 1788. A ogni crescendo il pubblico attende l’apertura del sipario, che si fa attendere, e attendere, e attendere ancora. Alla fine, dopo cinque minuti buoni, hanno inizio le danze.

Nel complesso, lo spettacolo è stato interessante, nonostante si reggesse soltanto sulla presenza di Svetlana Zakharova, e il pubblico si è goduto le quasi due ore della rappresentazione. Non siamo sicuramente di fronte a capolavori assoluti, ma nemmeno di fronte a un assemblaggio disordinato e irrazionale di brani virtuosistici (con i russi questo rischio c’è sempre) fini a se stessi.

Il teatro, nonostante la prevendita al rallentatore, era quasi al completo e questo è un segnale positivo, considerando la crisi economica e la concorrenza del “Roberto Bolle & Friends” che arriverà a Genova fra nemmeno due settimane. Molte le scuole di danza presenti, grandi applausi per la “divina” e fiori a profusione.

Qui lo abbiamo lasciato per ultimo, ma è doveroso ricordare che la serata è stata preceduta da un intenso minuto di silenzio (assoluto) chiesto dalla direzione del teatro per ricordare le nove vittime italiane dell’attentato terroristico in Bangladesh: la piccola risposta che un grande luogo di cultura può dare alla barbarie fondamentalista.

Comunicato stampa dello spettacolo con tutti i riferimenti.

Alberto Soave

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