Flesh and Bone, Sarah Hay: «Il lato oscuro del balletto»

Flesh and Bone ricorda un po’ Flashdance. Una ragazza di periferia, talentuosa e determinata, è pronta a tutto pur di coronare il suo sogno: fare la ballerina. Presto, però, la serie creata da Moira Walley-Beckett (già autrice di Breaking Bad) e disponibile su TIMvision, catapulta lo spettatore nel mondo della danza classica che Darren Aronofsky mostrava nel Cigno Nero. La rivalità sfrenata, i disordini alimentari, i favori sessuali, la droga.

Ne sa qualcosa Sarah Hay, 27 anni, che dà il volto alla protagonista Claire, una giovane timida e con un’infanzia di abusi alle spalle che, nello show, presentato al Roma Fiction Fest sabato 14 novembre, entra in una fittizia (ma non per questo meno spietata) compagnia di ballo di New York e ne diventa la nuova stella, con tutto quello che ne consegue.

La Hay, già apparsa proprio sul set di Aronofsky, è una ballerina anche nella vita reale. Cresciuta a Princeton, nel New Jersey, ha iniziato a fare piroette a 8 anni alla School of American Ballet di New York. Oggi è una solista nel corpo di ballo Semperoper di Dresda. «Mia mamma ballava, mia nonna ballava. Ho sempre voluto essere una ballerina. Sono nata per farlo», racconta al telefono dalla Germania.

Allora come le è venuta l’idea di recitare?
«Amo il cinema, sono una fan di Quentin Tarantino. Quando ho saputo che uno dei suoi produttori lavorava nella serie, mi sono incuriosita. Ho pensato che era arrivato il momento di scoprire se ho altre doti, oltre al ballo».

E com’è andata?
«È stato difficile. La recitazione è molto più lenta della danza. Se devi piangere in una scena, ti prepari e aspetti anche 25 minuti prima che venga girata. Quando balli, sei in continuo movimento».

Nella serie, il ritratto del suo mondo è negativo. Non la infastidisce?
«È difficile guardare certe scene. Ma è così, pensi a The Wrestler o ai film che mostrano la carriera degli sportivi. È un mondo difficile, eppure è quello che attrae le persone. È affascinante che una così bella e perfetta sul palco nasconda tanti lati penosi e oscuri».

Viene affrontato anche il tema della dipendenza da antidolorifici. Le è mai capitato?
«Purtroppo tanti colleghi prendono ibuprofene come se fosse acqua. A me è successo di andare avanti con le pillole per settimane perché il dolore al piede non mi dava tregua, poi ho capito che era stupido».

Come vive la competizione?
«Siamo tutti contro tutti, ognuno vuole quello che vuoi tu e c’è molta energia negativa. Ho imparato a restare con i piedi per terra e cerco sempre di essere gentile con tutti».

Ha mai pensato di mollare?
«Mille volte! Mi capita di pensare “Cosa diavolo sto facendo della mia vita? È troppo dura”. Ma poi lo fai e basta, perché capisci che è l’unico modo per arrivare dove vuoi e continuare a migliorare».

Come ci è finita in Germania?
«Ho ballato per un po’ a Philadelphia, ma dicevano che avevo troppe curve. Non mi sentivo valorizzata. A Dresda, ho trovato il posto giusto per me, non danzerei da nessun’altra parte. Molti ballerini sono infelici perché rincorrono la compagnia dei loro sogni, la più illustre, ma è più importante trovare quella che fa per te».

Quale consiglio darebbe a Claire?
«Non dare tanta importanza a quello che pensano gli altri. Tutti hanno un’opinione diversa sul balletto e non ce n’è una giusta e una sbagliata. È come per i cantanti: ad alcuni piace Adele, ad altri no. Devi ascoltare te stessa. Fare tesoro delle critiche ma non prenderle troppo sul serio».

Vale anche per gli attori, non crede?
«Eccome. Ho sentito molto la pressione. La sceneggiatrice è una perfezionista, c’erano continui cambiamenti ed è stato difficile far sì che Claire fosse come lei l’aveva immaginata, ma ce l’ho messa tutta».

Bilancio finale: lascerebbe il balletto per fare l’attrice?
«Non smetterò mai di ballare e allenarmi, ma sì, mi piacerebbe molto continuare a recitare. Spero solo che la serie sia rinnovata!».

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